senza che un lumicino si spenga

Essere felici, scrive al suo amico un venerdì di febbraio del 1959, “è come portare in bilico sulla testa una pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille oscuri e pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata”. E’ quasi impossibile, ma siamo qui, fino alla fine, per provarci.

Quelle lettere agli amici, come vangeli    

di Emanuele Trevi

Sono molti, anche se non infiniti, i libri che esercitano un’influenza, più o meno importante, su chi legge. Si contano invece sulla punta delle dita di una sola mano quelle opere di cui, anche a distanza di molto tempo, si può affermare: questo incontro ha cambiato la mia vita. In meglio? In peggio? E’ un’alternativa che non ha senso nell’ordine dei fatti spirituali, dove il meglio può essere la maschera del peggio, e viceversa. A ben vedere, queste rivelazioni non si annidano mai nei libri “importanti”, nel senso in cui sono importanti la Divina Commedia o il Faust. Ciò che allarga le nostre possibilità, ci illumina, ci orienta in maniera decisiva deve tenderci una mano, e in qualche imponderabile misura assomigliarci. Deve corrispondere alla nostra forma e ai nostri limiti, come il coltello al suo fodero, e a nessun altro.


Tutto questo per dire che non riesco nemmeno a immaginare la mia vita intellettuale e creativa a prescindere dalla lettura dei saggi di Cristina Campo. Era il 1987, quando mi sono imbattuto in un volume pubblicato da Adelphi e intitolato Gli imperdonabili. Ad attrarmi era stata l’immagine di copertina, un particolare del Trittico Portinari di Hugo Van der Goes- il più bell’esemplare della grande pittura fiamminga conservato in Italia (agli Uffizi). E poi il fatto che a presentare l’opera di quella scrittrice per me del tutto sconosciuta, morta nel 1977 a poco più di cinquant’anni, fosse Guido Ceronetti che non lesinava l’ammirazione. Gli imperdonabili era una raccolta delle due opere in prosa pubblicate in vita, Fiaba e mistero e Il flauto e il tappeto, uscite rispettivamente da Vallecchi e da Rusconi nel 1962 e nel 1971. Ho aperto quel libro, e posso dire, senza esagerare, di non averlo più chiuso. Tutto quello che avevo imparato nei noiosissimi anni dell’università si dissolse nel nulla come le chimere di un ubriaco. Stupito e commosso, mi addentravo nel mondo di una persona che era stata capace di far ruotare intorno a un ideale assoluto di bellezza tutto intero il suo destino, senza residui, senza prudenza, senza mai rinunciare al bene più prezioso che abbiamo, che è la nostra solitudine e la nostra unicità.
Questa seguace di Hofmannsthal e Simone Weil aveva praticato una perenne “contemplazione del limite” mettendo sempre in conto il “necessario perdersi, nascondersi, interrompersi della visione”. Di questa incertezza, di questa necessaria fragilità, scriveva Cristina in uno dei suoi saggi più belli, la vita umana si nutre ” come l’uccello delle Upanishad che guarda il frutto senza mangiarlo”. Come l’eroe delle fiabe, affidato alle possenti onde del desiderio e del caso, o i pellegrini di Leskov, l’anima, in questo rapporto sempre incerto col limite, non trova mai pace, non si gode mai nessun possesso in modo stabile e definitivo. La bellezza di un racconto delle Mille e una notte, di un adagio di Chopin, di una quartina di Gottfried Benn va sempre meritata, ed è frutto di uno stato di grazia che, come sanno bene i mistici di tutti i tempi, è sempre reversibile. Se proprio si dovrà parlare di critica, allora, non sarà altro che un gesto intimamente apparentato alla “poesia” alla “giustizia”: una mediazione insomma, ” fra l’uomo e il dio, fra l’uomo e l’altro uomo, fra l’uomo e le regole segrete della natura”.
Dal momento dell’ingresso nel catalogo Adelphi, quello degli ammiratori della Campo non è più stato un eletto circolo di happy few. Molti inediti hanno completato il quadro offerto dagli Imperdonabili, e gli amici hanno cominciato a raccogliere in vari volumi le lettere che avevano ricevuto da quella sublime prosatrice. Ognuna di queste raccolte è concepita dai destinatari e dai curatori come un piccolo vangelo, la traccia di un’esistenza che fu eccezionale, anche nella vita quotidiana, nello scambio di informazioni minute -“cose” come le definisce una volta Cristina, che il legame di amicizia sarà capace di trasformare in “essenze”. Di lettere, la Campo ne ha scritte tantissime, e non saranno certo le ultime a finire in libreria queste indirizzate a Gianfranco Draghi e altri amici degli anni fiorentini, curate da Margherita Pieracci Harwell e intitolate Il mio pensiero non vi lascia (Adelphi “Biblioteca, pp.273, €24). Come l’amatissima Emily Dickinson, Cristina pratica l’arte della lettera sperimentando nuove tonalità della sua tavolozza. E’ un’amica impetuosa e premurosa, sempre capace di adattare il suo discorso alla natura dell’interlocutore, al grado di confidenza raggiunto. Rispetto ai saggi e alle poesie, in cui la prevalenza del sublime e l’anelito al “limite” non conosce interruzioni, nelle lettere il ventaglio delle possibilità di Cristina si allarga fino a comprendere da un lato la più feroce e frivola maldicenza, dall’altro a toccare vette altissime di auto scienza e sapienza morale. Tra i complici di questo gioco, Margherita Pieracci, la destinataria delle famose Lettere a Mita, rappresenta il polo dell’intimità assoluta, dell’abbandono a una totale (per quanto è possibile) trasparenza reciproca.
Diverso è il caso di Gianfranco Draghi e del centinaio di lettere e cartoline che Cristina gli invia tra il 1952 e il 1959. In mezzo a queste date sta il trasferimento da Firenze a Roma, nel 1956, che rappresenta un vero e proprio spartiacque. Scrittore raffinato, esperto di Leon Battista Alberti, autore del primo libro italiano su Simone Weil, fondatore e direttore di quel supplemento letterario del Corriere dell’Adda e del Ticino sul quale la Campo pubblicò i suoi primi saggi importanti, Draghi ispira all’amica quel sentimento fondamentale di complicità che solo i legami col mondo maschile sembrano capaci di suscitare in lei. Draghi sembra possedere un dono rarissimo, anche tra le amicizie più intense: quello di essere un ideale compagno sia nell’alto che nel basso, sia nella concessione al frivolo che nell’anelito all’assoluto. Come sanno tutti i suoi lettori, col passare del tempo Cristina perderà questa leggerezza giovanile, praticando un distacco dal mondo che appare, nelle ultime Lettere a Mita, insieme fatale e disumano. I limiti cronologici delle lettere a Draghi ci consegnano qualcosa di ancora più prezioso, com’è sempre un destino quando ancora non è riconoscibile come tale, e può apparire come un fascio di contraddizioni, un’energia che rincorre se stessa, un tuffo quotidiano nell’ignoto. Ecco Cristina che cerca, quasi a bilanciare la nostalgia di Firenze, il suo paesaggio, trovandolo in un angolo di Villa Borghese, o nella vista sempre prediletta del lago di Bracciano; eccola osservare il prossimo con straordinarie capacità intuitive, quasi profetiche (nel 1956 loda “l’incantevole intelligenza di Manganelli”, così “brutto” però “da straziare il cuore”; l’anno dopo è la volta di Zanzotto “un ragazzo molto importante”). Anche i cultori della nobilissima arte della maldicenza troveranno pane per i loro denti (“Zolla è un uomo di straordinaria intelligenza, ma imprevedibile e imperscrutabile- poi è possibile collaborare con uno che tra due mesi sposa la Spaziani?”).
Ma poi, quando meno ce lo aspettiamo, e magari iniziamo a infastidirci delle tante minuzie comunicate all’amico, ecco la pietra preziosa, l’insegnamento che non si dimentica. Come quando riflette su quelle esperienze “che rendono più reale il reale”; che non sono quelle eccezionali bensì quelle che rendono “più chiaro l’amore per ciò che amiamo”. Come la poesia, come la musica, anche l’amicizia e la felicità, non smette di suggerirci Cristina in queste lettere, sono arti difficili, estenuanti, perché impiegano materie fragilissime, quasi impalpabili. Essere felici, scrive al suo amico un venerdì di febbraio del 1959, “è come portare in bilico sulla testa una pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille oscuri e pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata”. E’ quasi impossibile, ma siamo qui, fino alla fine, per provarci.
(su Alias Domenica, 12 febbraio 2012)

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