c’è uno stacco

c’è uno stacco tra i miei ricordi e i miei ricordi. Ci sono cose che ricordo di ricordare ma non sono vere, sono solo cose che ho pensato, dopo, quando la cosa da ricordare era già successa e con la cosa se n’era andato anche il ricordo. Per cui quello che penso di ricordare non è il vero ricordo ma un’idea di me allora, come mi penso adesso. E poi invece ci sono cose fisse nella mia mente, cose che so che sono vere, che sono davvero accadute in quel momento preciso, quello che proprio ricordo. In genere questo secondo tipo di ricordo è quello di un’emozione. So bene cosa sono le emozioni, anche se a volte sembra anche a me di non saperlo. Invece le so, le provo anche io, in genere quando sono sola. E’ difficile che provi emozioni insieme ad altri, la presenza degli altri è un ostacolo per me. Ma quando sono sola, allora, provo emozioni che arrivano all’improvviso, come un grosso respiro, una sorpresa che viene, che sale da dentro di colpo e di colpo mi metto a piangere quando è così e so che la cosa che è arrivata è una cosa vera, che provo davvero. Quando sale l’emozione, allora vorrei parlare e dire quello che provo e provare a farlo capire, ma il fatto che sia sola  mi impedisce di farlo e allora capita sempre che poi le cose di sempre riprendano rapide il sopravvento, un po’ come nella poesia: poi come di consueto s’accamperanno di gitto case alberi cose, e io, anche, mi accampo di nuovo, come un generale nei suoi alloggi. E non c’è modo di far capire a nessuno, mi pare, quello che c’è stato, quello che mi è successo, come se davvero fosse stato uno svenimento e riprendessi coscienza, nel vero senso del termine. Io e l’altra che si fa vedere solo a me. Quando mi emoziono, allora amo, le cose vanno di pari passo. Ma anche soffro, come se amare soffrire ed emozionarsi fossero tutta una sola cosa. A volte mi capita anche di amare e non soffrire, ne ho qualche ricordo luminoso, chiaro, ventoso. Di me che cammino e guardo davanti a me la persona che cammina e so che la amo, ma non posso guardarla né dirglielo. Né  lei forse  può guardare me.

E già, tornando sui suoi passi,  Orfeo aveva scansato ogni pericolo,

e  Euridice tornava libera  alla luce del giorno

seguendolo alle spalle (infatti questa legge aveva dettato Proserpina),

quando un’improvvisa follia catturò l’incauto amante,

perdonabile certo, se i Mani sapessero perdonare:

si fermò, e quando ormai la sua Euridice era già sotto la stessa luce,

si voltò a guardarla, vinto nell’animo, immemore.

Virgilio, Georgiche, libro IV, vv.485-491

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