Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2012

… e manifesta insieme, in ciò che svanisce, una nuova bellezza. (Walter Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus novus)

Annunci

Read Full Post »

Read Full Post »

a che punto è la notte

Sì, certo: distaccati. Come no.

Read Full Post »

Mi sembra, tutto sommato, che ci sia qualcosa che abbiamo perso ma che possiamo sempre ritrovare, ed è la capacità di aspettare.

Come se nella velocità del mondo il riconoscimento da parte degli altri (mi potrei chiedere chi sono questi altri per me, allora) dovesse essere immediato e un mancato arrivo in questo senso ci facesse scivolare inesorabilmente lungo il muro, sempre più in basso, e le nostre parole sopravanzate da altre, fino a scomparire ed essere ingoiate nel nulla della dimenticanza e della invisibilità.

Ma l’attesa non riguarda solo quello che dall’esterno può arrivare a noi; abbiamo anche dimenticato ad aspettare che dentro di noi prendano forma frasi, parole o che un sentimento esca dalla nebbia dell’indeterminazione e si manifesti o, al contrario, che la nebbia che ci vela si dissolva e ci faccia vedere. Ho l’impressione che nel vuoto lasciato dall’attesa si siano infilate la paura di rimanere indietro e soli, la frenesia di farsi vedere, l’ansia di valere.

Read Full Post »

Dice, ti seppellisci nelle citazioni, sotto tre metri di pietre citate. Sì, mi seppellisco, è vero, ma è come se consegnassi all’ addetto al magazzino che c’è dentro tutte queste parole scritte pensando che un giorno forse mi serviranno. Tutto questo dolore o tutto questo amore o tutto questo un giorno ti sarà utile, no?

E poi, un pochino, anche perché le parole una volta messe qui dentro- è uno dei vantaggi, dei pochi forse di questa macchina che pare un polmone artificiale e ci mantiene in vita tutti quanti-  le parole qui dentro rimbalzano e sono capaci di attraversare le distanze, loro, non hanno bisogno di grandi invenzioni e di neutrini veloci più della luce.

E allora anche oggi, per la gioia di questo illustre pubblico, un pezzo copiato, trovato ieri sul Manifesto, su Cortázar e un suo libro postumo, uscito or ora per i tipi Einaudi (eh, questa non te l’aspettavi!),  uno di quei libri a cui alla prossima, toccherà, inevitabilmente, fare spazio tra gli altri. A meno che non vinca la resistenza.

Il libro si intitola Carte inaspettatecurato da A. Bernández e C. Álvarez Garriga, tradotto da J. Riera Rehen, prefazione di Antonio Tabucchi, 318 pagine al costo di 20 euro.

Carte inaspettate, la copertina

Ma veniamo al dunque.

Cortázar non fa nulla per rendere più facile l’accesso al mondo che propone: il rivoluzionario Cortázar sa che la letteratura per essere veramente popolare non può trattare il lettore come un bambino da portare per mano. Per fare buona letteratura il narratore deve lavorare sulla propria scrittura e fare in modo che essa si carichi come una dinamo e sia quindi possibile al lettore partecipare a quella energia senza che se ne perda nulla. Se sia buona o cattiva letteratura sarà infatti solo il lettore a deciderlo. Questa la democraticissima legge che sovrintende al lavoro dello scrittore, un lavoro che ha a che fare con il numinoso, un numinoso che non sta in un altrove lontano, ma risiede precisamente nel qui e ora in cui abitano i mortali. Ma la presenza del numinoso può essere percepita solo se lo scrittore trova un punto eccentrico (rispetto al tempo o allo spazio), un punto che è intervallo di discontinuità che si rivela per epifanie, intercapedine tra universi paralleli. O, come scrive in Manoscritto trovato accanto a una mano: « in una di quelle distrazioni che ci capitano quando siamo molto concentrati». Precisamente per questa ragione Cortázar sostiene che non esista altra letteratura realista se non quella fantastica, quella che si insinua nelle pieghe e nei recessi del reale linguisticamente codificato e decifra i segni in base a un cifrario che ne rende di fatto il significato alternativo rispetto alla pratica comune.
La scrittura di Cortázar è primariamente un’esperienza nel backstage della mente, uno spazio simile a quello in cui precipita l’Alice carrolliana: dove niente è come dovrebbe essere, ma come potrebbe essere se solo la mente abbandonasse i meccanismi che le consentono una lettura automatica ed economica dei fenomeni. Cortázar è quel demiurgo creatore che è perché getta un fascio di luce che rivela al lettore un universo vivente di vita propria e completamente sottratto al controllo dell’autorità razionale, un mondo nel quale l’accadere dei fenomeni si capovolge, la conseguenza si estroflette in causa e l’ordine si rivela un accidente momentaneo del disordine. Una volta che la scrittura sia riuscita a rendere tangibile e visitabile l’altra parte dello specchio nell’autore come nel lettore, le cose non possono essere più come prima: il guanto è stato rovesciato e il dentro impensabile e oscuro calpesta la terra alla luce del sole nella sua non più negabile esistenza. Per entrare in questa altra dimensione si possono seguire vari ‘conigli’ nelle profondità scavate secondo traiettorie invisibili da fuori. Uno di questi è il refuso tipografico, su cui argomenta in modo capriccioso in Lucas, suoi refusi, l’errore rapido come un ratto, l’errore-cavallo-di-Troia che si introduce in territorio nemico e ne disarticola le difese. Un altro è la resa attiva allo straniamento e per questo si legga il fulminante Peripezie dell’acqua , uno dei pezzi più stupefacenti nel quale l’inclinazione al mistero si intreccia a un umorismo irresistibile, dove si dimostra come una mente implacabilmente palindroma possa ottenere risultati strabilianti a partire da ingredienti semplicissimi. Già dall’incipit («Basta conoscerla abbastanza per capire che l’acqua è stanca di essere un liquido») abbiamo l’immagine di un universo noto reso definitivamente irriconoscibile dalla potenza di un linguaggio che permette una silenziosa ma definitiva irruzione dell’altro nel nostro mondo stanco di essere insensatamente e tetramente reale. La linea è quella gloriosa e antica che passa, a dir poco, per Cervantes, Poe, Kafka, Lautréamont, Borges, fino ad arrivare almeno a Calvino e Manganelli.
(da Nel backstage delle mente, di Graziella Pulce, in Alias del Manifesto di domenica 26 febbraio)
Dal sito dell’Einaudi, invece, questo frammento dal libro:  La teoria del granchio

Read Full Post »

La sensazione è questa, più o meno: io sono qui, seduta su una sedia e so che alzando gli occhi c’è una donna davanti a me. La sua figura ha la consistenza di una bolla di sapone, un gel trasparente, so che c’è ma non è neanche nei miei occhi: è solo- e molto lontana, vaga, indefinita- nella mia mente. Come se fosse l’anima staccata dal corpo, il ricordo di qualcosa che sarà. O che potrebbe essere se riuscissi a alzarmi da qui, raggiungerla, abbracciarla alle spalle, ricongiungermi a lei.
Quando so della sua presenza provo nostalgia della giovinezza, ma non sono triste.


(la musica da una suggestione di Tracciamenti)

Read Full Post »

Read Full Post »

In merito allo scritto che precede:

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

(David Foster Wallace, qui)

Poi c’è anche dell’altro, altri livelli di lettura e condivisione del testo, anzi dei due testi, quello e questo, e giù e giù in profondità, ma oggi non ho voglia di sforzarmi troppo sulla strada della comprensione. 

Read Full Post »

Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le ciliege nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due. Da mangiarsi dopo quella cioccolata svizzera autentica di cui Fulvia pareva avere una scorta inesauribile. Ci si era arrampicata come un maschiaccio, per cogliere quelle che diceva le più gloriosamente mature, si era allargata su un ramo laterale di apparenza non troppo solida. Il cestino era già pieno e ancora non scendeva, nemmeno rientrava verso il tronco. Lui arrivò a pensare che Fulvia tardasse apposta perché lui si decidesse a farlesi un po’ più sotto e scoccarle un’occhiata da sotto in sù. Invece indietreggiò di qualche passo, con le punte dei capelli gelate e le labbra che gli tremavano. «Scendi. Ora basta, scendi. Se tardi a scendere non ne mangerò nemmeno una. Scendi o rovescerò il cestino dietro la siepe. Scendi. Tu mi tieni in agonia. » Fulvia rise, un po’ stridula, e un uccello scappò via dai rami alti dell’ultimo ciliegio.

Proseguì con passo leggerissimo verso la casa, ma presto si fermò e retrocesse verso i ciliegi. «Come potevo scordarmene?», pensò, molto turbato. Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei  aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole. Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. «Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così.» Poi, guardando il sole disse: «Sei brutto.»

Read Full Post »

E Dio disse ELIMINA: righe da Uno ad Aleph. INVIO. CONFERMA.
E così l’Universo cessò di esistere.

E allora Lui rifletté per qualche eone, sospirò e aggiunse: SVUOTA CESTINO.
E così non è mai esistito.

Arthur Clarke ( su Sagarana)

Read Full Post »

Older Posts »