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Archive for gennaio 2012

Febbraio

Ancora non è. Ma oggi la giornata è grigia. In tutti i sensi. E’ così. Si aspetta la neve, più che altro con la voglia di rintanarsi, come un animale. Mi piacerebbe essere un lupo, di quelli che ti fissano da lontano  con le zampe mezzo affondate nel bianco. Ma c’è poco da fare. Al massimo posso essere una marmotta.

Inverno. Ora di mangiar grasso
e guardare l’hockey. Nelle mattine di peltro, il gatto,
una salsiccia di pelo nero con occhi
gialli alla Houdini, salta sul letto e cerca
di arrivarmi sulla testa. E’ il suo modo
di capire se sono morta o no.
Se non lo sono, vuole che lo gratti, se lo sono
ci penserà. Si sistema
sul mio petto, alitando quel suo alito
di carne che torna su e di divani muffiti,
e fa le fusa come un washboard. Un altro gatto,
non ancora cappone, ha innaffiato la nostra porta,
e dichiarato guerra. E’ tutta questione di sesso e territorio,
che poi alla fine ci stermineranno.
Certi padroni di gatti qui intorno
dovrebbero tagliuzzare qualche testicolo. Se avessimo
buon senso, noi saggi ominidi dovremmo fare lo stesso
o mangiar la prole, come gli squali.
Ma è l’amore che ci fa fuori. Di continuo
Lui spara, fa centro! e la carestia,
annidata fra le lenzuola, tende un agguato alla trapunta
pulsante, e il vento gelido fa percepire
trenta sotto, e l’inquinamento fuoriesce
dai nostri camini per tenerci al caldo.
Febbraio, mese di disperazione,
con un cuore trafitto al centro.
Mi prendono cupi pensieri e voglia di patatine fritte
con una spruzzata di aceto.
Gatto, basta con questo lamento interessato
e quel buchino di culo rosa.
Via dalla mia faccia! Sei il principio della vita,
più o meno, quindi datti da fare
con un po’ di ottimismo qui da queste parti.
Fa’ fuori la morte. Celebra l’abbondanza. Fa’ che sia primavera.

Margaret Atwood, Mattino nella casa bruciata, a cura di Giorgia Sensini e Andrea Sirotti, Le Lettere.

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Ogni volta che ho provato a descrivere un paesaggio, il metodo da seguire nella descrizione diventa altrettanto importante che il paesaggio descritto: si comincia credendo che l’operazione sia semplice, delimitare un pezzo di spazio e dire tutto ciò che vi si vede; ma ecco che subito devo decidere se ciò che vedo lo vedo stando fermo, come di solito stanno i pittori, o almeno stavano, al tempo in cui i pittori dipingevano paesaggi dal vero – tempo che è durato tre secoli a dir tanto, cioè una fase molto breve della storia della pittura – oppure lo vedo spostandomi da un punto all’altro entro questo pezzo di spazio in modo da poter dire quello che vedo da punti diversi, cioè moltiplicando i punti di vista all’interno di uno spazio tridimensionale. Questo secondo sistema si presenta come il più giusto quando si tratta di uno spazio piuttosto ampio, che l’occhio non può abbracciare in un solo sguardo; e d’altra parte lo scrivere è un’operazione di movimento di per se. Anche se adesso che sono seduto qui a scrivere sembro fermo, sono gli occhi a muoversi, gli occhi esteriori che corrono avanti e indietro seguendo la linea di lettere che corre da un margine all’ altro del foglio, e gli occhi interiori che anche loro corrono avanti e indietro tra le cose sparpagliate della memoria, e cercano di dare loro una successione, di tracciare una linea tra i punti discontinui che la memoria conserva isolati, strappati dalla vera esperienza dello spazio; devo ricostruire una continuità che si è cancellata nella memoria con l’orma dei miei passi o delle ruote che mi portavano lungo percorsi compiuti una volta o centinaia di volte. Dunque è naturale che una descrizione scritta sia un’operazione che distende lo spazio nel tempo, a differenza di un quadro o più ancora di una fotografia che concentra il tempo in una frazione di secondo fino a farlo sparire come se lo spazio potesse esistere da solo e bastare a se stesso . Ma bisogna subito dire che mentre io scorro nel paesaggio per descriverlo come risulta dai diversi punti del suo spazio, naturalmente è anche nel tempo che scorro, cioè descrivo il paesaggio come risulta nei diversi momenti del tempo che impiego spostandomi. Perciò una descrizione di paesaggio, essendo carica di temporalità, è sempre racconto: c’è un io in movimento, e ogni elemento del paesaggio è carico di una sua temporalità cioè della possibilità d’ essere descritto in un altro momento presente o futuro.

Italo Calvino (da qui)

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Sugli imbarazzi di Calvino tutto è noto. Era totalmente negato per la conversazione, se con questo termine s’intendeva la capacità di parlare con disinvoltura della pioggia e del bel tempo. Ammiratore del Settecento e della sua prosa, non ne aveva assimilato nessuna delle forbitezze mondane. Maldestro, impacciato per non dire goffo, talvolta ai limiti del balbettio (ma era scena, sotto sotto) ispirava agli astanti un forte sentimento protettivo, sconfinata indulgenza. I rapporti con gli autori italiani pubblicati dalla casa editrice toccavano in gran parte a lui, che si occupava inoltre dell’ufficio-stampa, e occasionalmente si rivolgeva alla mia risaputa frivolezza per un aiuto a pranzo o a cena.   « Vieni anche tu, con questo qui non ho assolutamente niente da dire». E al ristorante se ne stava poi in silenzio per due ore, facendo la sua parte con qualche vago borbottio partecipatorio, dei « già, già» volenterosi, ma sempre fuori tempo.

Il giorno che si comprò la Giulietta sprint andammo tutti alle finestre per vederlo partire. Sotto gli ippocastani di corso Umberto I c’erano ancora le panchine e l’oblunga vettura era parcheggiata in un comodo spazio a filo del marciapiede. Italo alzò gli occhi ai nostri richiami, ci fece un sorriso tra il fiero, il finto-ingenuo e il rassegnato, salì compunto, pasticciò un poco con laccensione e se ne andò con un rombo spavaldo, se voluto o dovuto a mera imperizia non si seppe mai.

 Italo Calvino, I libri degli altri, Einaudi 1991, dalla Nota di Carlo Fruttero.

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Il doppio legame indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell’uno verso l’altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (verbale, quel che vien detto) e un ulteriore livello metacomunicativo (non verbale, come possono essere i gesti, gli atteggiamenti, il tono di voce), e la situazione sia tale per cui il ricevente il messaggio non abbia la possibilità di decidere quale dei due livelli, che si contraddicono, accettare come valido, e nemmeno di far notare a livello esplicito l’incongruenza. Come esempio Bateson riporta l’episodio della madre che, dopo un lungo periodo, rivede il figlio, ricoverato per disturbi mentali. Il figlio, in un gesto d’affetto, tenta di abbracciare la madre, la quale si irrigidisce; il figlio a questo punto si ritrae, al che la madre gli dice: “Non devi aver paura ad esprimere i tuoi sentimenti”.

Nonostante a livello di comunicazione implicita (il gesto di irrigidimento) la madre esprima rifiuto per il gesto d’affetto del figlio, a livello di comunicazione esplicita (la frase detta in seguito), la madre nega di essere la responsabile dell’allontanamento, alludendo al fatto che il figlio si sia ritratto non perché intimorito dall’irrigidimento della madre, ma dai suoi stessi sentimenti; il figlio si trova impossibilitato a rispondere. (Gregory Bateson)

Oppure:

Le mie angosce di comportamento sono ridicole e diventano sempre più ridicole, all’infinito. Se l’altro incidentalmente o negligentemente mi dà il numero di telefono di un posto in cui posso trovarlo a certe ore, io subito mi agito: devo o non devo telefonargli? ……. Talvolta a furia di deliberare su “niente” (questo è quanto direbbero gli altri) finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea  (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza, delizia) : Telefonagli, visto che ne hai voglia! ma invano: il tempo amoroso non consente di mettere sulla stessa linea l’impulso e l’atto, di farli coincidere: io non sono l’uomo dei piccoli acting-out; la mia follia è misurata, non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza: ciò che è “spontaneo” è la mia paura- la mia indecisione. (Roland Barthes)

E ancora, in alleggerimento, ma non senza una sottile ansia:

Beh, c’è di che diventare grulli (o impazzire a seconda della luce del giorno)

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As Time Goes By (3)

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ascolto

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Amo i gesti imprecisi,

uno che inciampa, l’altro

che fa urtare il bicchiere,

quello che non ricorda,

che è distratto, la sentinella

che non sa arrestare il battito

breve delle palpebre,

mi stanno a cuore

perché vedo in loro il tremore,

il tintinnio familiare

del meccanismo rotto.

L’oggetto intatto tace, non ha voce

ma solo movimento. Qui invece

ha ceduto il congegno,

il gioco delle parti,

un pezzo si separa,

si annuncia.

Dentro qualcosa balla.

Valerio Magrelli, Nature e venature, I mestieri, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi, 1996

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