natale alle porte

io quando bussa preferirei non aprire perché mi pare di non aver nulla da spartire con questo grasso e rubizzo signore vestito di rosso che da qualche anno pur di entrare nelle case non esita a tentare arrampicate sui balconi e sulle terrazze, con scarso esito, visto che di solito rimane lì appeso al freddo e al gelo e le sue vesti si sporcano del fumo delle macchine e si bagnano con la pioggia e nessuno se lo caga (permettete il francesismo d’antan).

Come del resto ho ben poco a che spartire con quell’altro, quello che non per volontà sua s’intende, ma un po’ per via di suo padre che seppur lontano e assiso, volle a tutti i costi che fosse fatta la sua volontà, un po’ per via dell’altro padre che era in fondo, così ci dicono, un brav’uomo ligio ai suoi doveri- e sua madre? una santa!- che volle a tutti i costi andare con quel tempo e in quelle condizioni a firmare un censimento*, indetto tra l’altro dai Romani che avevano appena conquistato la Palestina, insomma per tutte queste circostanze questo bambino si trovò a nascere al freddo e al gelo pure lui, in povertà, col bue e con l’asinello, e con tutti i pastori e pastorelli, le pecore e gli agnelli, le acquaiole- che non mancano mai nel presepe- i fornai che rimangono lì vitam aeternam con la pala infilata nel forno e il gomito destro un po’ alzato, quelli con l’agnello sulle spalle, e poi i tre magi, imponenti nei loro mantelli di porpora, seduti sul cammello tirato dallo schiavetto negro, che però all’inizio, la sera del montaggio di questa sceneggiata napoletana, non si mettevano mai perché arrivavano da lontano, porélli, e ancora non si vedevano all’orizzonte quando lui nasce nella sua bella grotta o capanna che sia. E allora bisognava aspettare il sei di gennaio per vederli lì in adorazione, quelli bianchi e quello nero con la mirra. Anche se mio fratello un cammello laggiù in fondo lo metteva sempre che capissero, dalla capanna o grotta che sia, che anche quella volta ‘sti benedetti magi sarebbero arrivati.

In alto la stella cometa risplendeva su tutti e su tutto.

Comunque sia né l’uno né l’altro mi fanno aprire la porta, anche se sì, è vero, con quel ragazzino piccolo della grotta o capanna che sia, se non altro apro la porta dei ricordi, ma anche con questi ci vado poco d’accordo, sono a volte peggio della palude della tristezza di Atreiu, che ti ci infili e non ne esci più. Vanno presi a piccole dosi, insomma, e in giornate di sole. Oppure, ed è meglio, lasciati lì dove devono stare, tanti piccoli quadretti appesi nel corridoio dei passi perduti, senza che osservandoli si vagheggi il ritorno a una mitica età dell’oro che non esiste più e non è mai esistita, per giunta, se non nel ricordo.

A proposito di ricordi, quando ero piccola e il paese era ancora paese e i negozi erano uno per tipo- nella via principale, per dire, c’era solo  un pizzicagnolo , tutta una famiglia di grassi, i Caporali, faceva di cognome- insomma nella strada che portava dalla piazza della stazione a Via Roma, che anche il nome ci dice principale, c’era il negozio di un fruttivendolo, Natale, che era un tipo anche lui sempre arrabbiato, segaligno, con la coppoletta blu in testa e una parannanza anch’essa blu, sempre piegato sulle casse di frutta e verdura. Ad aiutarlo c’era la moglie, pure lei parecchio alta per i tempi. A me allora sembrava già vecchia, portava gli occhiali, i capelli grigi a crocchia.

*questa storia del censimento e la sua retrodatazione, un sistema usatissimo ovunque, figuriamoci dalla religione, è interessante anche sotto il profilo storico. Chi volesse saperne di più può cominciare da questa pagina su wikipedia.

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