Ben, Dan, Sam e Ned

Ho imparato a leggere in inglese prima che in russo. I primi amici inglesi che ho avuto erano quattro anime candide del libro di grammatica: Ben, Dan, Sam e Ned. Si faceva un gran parlare di chi fossero e dove si trovassero: “Chi è Ben?”, “Lui è Dan”, “Sam è a letto” e così via. Sebbene tutto risultasse piuttosto rigido e frammentario (l’autore era penalizzato dal dover usare -almeno per le lezioni iniziali- parole di non più di tre lettere), la mia fantasia riusciva in qualche modo a reperire i dati necessari. Taciturni imbecilli dalle facce esangui e dagli arti massicci, fieri proprietari di certi attrezzi (“Ben ha un’ascia”), oggi vagano con una  goffa andatura al rallentatore lungo il fondale più remoto della memoria; e, simili al folle alfabeto sul tabellone di un ottico, i caratteri di quella grammatica si allineano di nuovo davanti a me.
La stanza delle lezioni era inondata di sole. In un barattolo di vetro appannato diversi bruchi spinosi si nutrivano di foglie di cardo (ed espellevano interessanti pallottoline, simili a botticelle, di escrementi verde oliva). La tela cerata che rivestiva il tavolo rotondo odorava di colla. Miss Clayton odorava di Miss Clayton. L’alcol color sangue del termometro esterno era salito, incredibilmente, trionfalmente, a 24° Réaumur (80° Fahrenheit) all’ombra. Dalla finestra si vedevano giovani contadine con il fazzoletto in testa che carponi estirpavano erbacce da un sentiero del giardino, oppure rastrellavano delicatamente la sabbia picchiettata di sole. (I giorni felici in cui avrebbero spazzato strade e scavato canali per lo Stato non si erano ancora profilati all’orizzonte). Tra il fogliame, i rigogoli emettevano le loro quattro splendide note: dii-dil-dii- O!
Ned passava davanti alla finestra con andatura pesante, in una discreta imitazione dell’aiutogiardiniere Ivan (che nel 1918 sarebbe diventato  membro del soviet locale). Nelle pagine successive apparivano parole più lunghe, e alla fine del volume marrone macchiato d’inchiostro una storia autentica e sensata dispiegava le sue frasi ormai adulte (“Un giorno Ted disse ad Ann: facciamo…”), trionfo supremo e ricompensa del giovane lettore. Mi entusiasmavo al pensiero che anch’io un giorno avrei potuto conseguire una simile abilità. Quella magia non è venuta meno, e ogni volta che mi capita tra le mani una grammatica corro subito all’ultima pagina per il piacere di gettare una rapida quanto illecita occhiata al futuro dello studente operoso, a quella terra promessa dove le parole stanno a significare quello che in effetti significano.
Vladimir Nabokov, Parla, ricordo, Adelphi 2010

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