caro italo calvino

lei un giorno scrisse, nella pagina finale di un suo libro, queste parole:
L’inferno dei viventi è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Ecco: lei aveva scritto queste parole pensando – mi è sempre sembrato- alla vita sociale, a uomini e donne che vivevano in società con i loro simili e con essi si relazionavano politicamente, nel senso più alto di questa parola, senza nessun interesse da parte sua,  mi dicevo, alla loro vita affettiva.
Invece oggi la leggo e penso che forse l’inferno a volte, quella spirale sempre più stretta, si manifesti anche nei rapporti umani d’amore (se posso usare questa parola, che ancora non lo so bene quando si possa usare e se, e forse non lo saprò mai, mi dico), nelle incomprensioni che ci risucchiano come la corrente della sua spirale. Anche qui, infatti, anche in questi casi, bisogna essere bravi a non buttare tutto a mare e  saper salvare quello che vale, frugare tra le macerie e trovare il fiore.
Ma io ne soffro sempre ancora dell’inferno degli uomini e delle donne- soprattutto delle donne, le dirò- sempre allo stesso modo, con la stessa cupa sofferenza e amarezza, e sempre vedo il fiore, ma non lo raggiungo mai. Forse i fiori sono solo per essere visti, guardati da lontano e mai colti, e anche questo potrebbe essere vero, mi dico, ma non mi consola molto.
Poi di solito mi rialzo, e vado avanti.