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Archive for dicembre 2011

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Io non sono italiano… io ho visto tramonti all’Europa Point. Ho passato sabati sera su Calle Corrientes. Sono andato a vedere i film peruviani. Con una ragazza coreana. Ho un tatuaggio con lo stemma. Di una squadra di hockey argentina. Con la rosa inglese. E il primo me lo sono fatto a Danzica. Me l’ha fatto una punk che si chiama Dagmara. Ho parlato con una cameriera ungherese. Ho giocato a biliardo con delle puttane slovacche. Sono andato a cena con un’infermiera keniota. Ho giocato a baseball in California. Sono stato con una che lavora a Disneyland. Ho passato un capodanno con i rivoluzionari rumeni. Mi hanno sparato addosso. Ho fumato le Marasesti. Tante volte mi sono fermato a cena e ho dovuto chiedere in che posto ero. Non sono italiano. Io ascolto canzoni in spagnolo. Conosco Karadi Katalin… Io mi trovo bene soltanto a Gibilterra. Ho girato sul Balaton ghiacciato. A venticinque anni… Io sono un soldato inglese. Un camionero argentino… Io ho fatto chilometri… Io invecchio per i chilometri che faccio, mica per gli anni… Io non sono italiano (Corso Salani, Diario di Gli occhi stanchi, 1995)

Corso Salani

 

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ancora Tondelli

 Quei libri dicevano, tra le altre cose, che la vita – quella di tutti i giorni, le persone che vedo, le cose di cui mi vergogno di parlare, i viaggi fatti o mancati, i film visti, le scopate sospirate e mai esaudite – era importante in ogni suo minuto. Non era l’appendice riempitiva dei talk show che stavano nascendo in quegli stessi anni. “Ma Renzu, il mio grande amico Renzu, lo rivedo dunque per l’ultima volta in una parata primaverile di granatieri a Roma, a quasi un anno da quel nostro primo e gelido inizio di servizio militare su alla rupe di Orvieto, fine aprile dell’ottanta o giù di lì, ma ancora un vento gelido e sferzante spazzava la piazza d’armi mentre i ragazzi marciavano e correvano, i ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri che incontravo ogni giorno all’infermeria con vescicacce aperte e contusioni ai piedi per via di quegli anfibi così rigidi e appunto così militareschi che dovevano calzare come scarpettine da danzatrici e batterci sopra i ritmi e la grancassa come proprio allievi del Bolscioj” (com’è arbasiniano quel dunque, com’è efficace nel fare plot fin dalla prima riga. Un gioco di specchi verbale in cui quella congiunzione conclusiva abusata in funzione narrativa crea un hic et nunc provvisorio e affannato, fonda il tono di una voce che parla per raccontare subito rifiutando le ponderate eleganze dei romanzieri).

(Qui)

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argentina

Una bella storia su Minima & Moralia (da Lo straniero)

Qui il sito della casa editrice 001 Edizioni

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Le badanti

Una sindrome italiana, su Minima & Moralia.

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I wake up in your bed. I have been dreaming.

Much earlier, the alarm broke us from each other,

you’ve been at your desk for hours. I know what I dreamed:

our friend the poet comes into my room

where I’ve been writing for days,

drafts, carbons, poem of my life. But I hesitate,

and wake. You’ve kissed my hair

to wake me. I dreamed you were a poem,

I say, a poem I wanted to shows someone…

and I laugh and fall dreaming again

of the desire to show you to everyone I love,

to move openly togheter

in the pull of gravity, wich is not simple,

wich carries the feathered grass a long way down

                                                                            the upbreathing air.

Mi sveglio nel tuo letto. So che ho fatto un sogno.

Molto prima, la sveglia ci ha staccate una dall’altra,

tu sei al tuo tavolo da ore. So che cosa ho sognato:

la nostra amica poeta viene nella mia stanza

dove io sono rimasta a scrivere per giorni,

appunti, copie, poesie sono sparse ovunque,

e io voglio mostrare a lei una poesia

che è la poesia della mia vita. Ma sono esitante,

e mi sveglio.  Tu hai baciato i miei capelli

per svegliarmi. Ho sognato che tu eri una poesia,

dico, una poesia che io volevo mostrare a qualcuno…

e rido e comincio a sognare di nuovo

del desiderio di mostrarti a tutti quelli che amo,

andare apertamente  insieme

nell’attrazione della gravità, che non è semplice,

che porta  il soffione lontano fino in fondo

nell’aria  che lo risucchia.


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via El humanoide del traje verde

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home

Se si è scrittori (e forse non solo) si è condannati a consumare il tema del ritorno a casa, nel tentativo di esorcizzare quello mancato, l’imperdonabile ritorno mai avvenuto. Se si è scrittori (e forse solo in questo caso) si ha il potere di insistere nella propria ricerca della verità e la grazia di offrirne il risultato ai lettori.

Un racconto narrato due volte, di Susanna Basso

su un racconto di Alice Munro da

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