alla fine

Alla fine, andando verso il guardaroba, siamo passati di nuovo davanti al Proust e, lanciando un’ultima occhiata ai volumi, Katharina Fischer si è informata se Klara non mi avesse in qualche modo ferito sostenendo di riuscire a ricordare distintamente soltanto l’uscita della nuova traduzione completa della Recherche.

No, Klara non ha certamente voluto dimenticare i nostri primi anni, non li ha mai dipinti come se fossero ricordi senza valore. C’erano stati, invece, imprevedibili, ricorrenti attraverso i decenni, attacchi di gelosia frammisti di tristezza che Klara ha certamente conosciuto come li ho conosciuti io, non per una persona, ma per un mondo che appartiene esclusivamente all’altro, un mondo interiore in cui l’altro si muove da solo, in cui si può muovere esclusivamente da solo, e al quale si dedica a volte con una dedizione, con una pazienza che in quel momento il suo compagno vorrebbe forse per sé. Era questa la ferita, era questo il Proust, ed è per questo che non l’ho mai toccato.

E tristezza perché sapevamo che uno non può accompagnare l’altro nel suo mondo. Perché un accompagnatore si stupisce di fronte a fenomeni che vanno accettati come naturali nelle condizioni di quel mondo, fa domande quando deve tacere, cerca di intavolare un discorso quando dovrebbe solo osservare. Chi per parte sua si prende l’impegno di accompagnare una persona amata attraverso quel mondo, fisserà lo sguardo in primo luogo sull’accompagnatore più che sugli oggetti, vorrà richiamare la sua attenzione sui dettagli che vanno riconosciuti senza aiuto esterno, scoprirà ovunque correlazioni che sembreranno di nuovo incerte anche a lui non appena le avrà indicate.

Lievi turbamenti. I primi equivoci. Tutto chiede di essere spiegato. Prima o poi le cose enigmatiche cominciano a ritirarsi passo passo dal mondo interiore e con la loro scomparsa viene meno anche l’esigenza di esplorare questo mondo. Ben presto vi si accede soltanto allo stesso modo in cui si segue un’antica abitudine. Un simile vuoto, tuttavia, una simile perdita, non l’avremmo sopportata, né in due né da soli. Così quando l’altro sembrava sprofondato per giorni e a volte per settimane nel suo mondo, indisponibile a parlare, come se riemergere non fosse più possibile, ci siamo rassegnati. Era il nostro patto. Così ci siamo protetti a vicenda. Così siamo rimasti uniti.

Passavamo ore e ore in silenzio al tavolo di cucina, Klara immersa nel suo Proust, io nei miei scritti di ornitologia, e dai rappresentanti di tutte le famiglie di uccelli distribuite sul globo terracqueo. E si potrebbe pensare che nel corso degli anni alcune delle presenze che abitavano le stanze dell’interiorità, nonostante la loro diversa origine e natura, si siano incontrate ai margini dei nostri mondi, molto lontano, senza che noi potessimo assistere al loro incontro.

(Marcel Beyer, Forme originarie della paura, traduzione di Silvia Bortoli, Einaudi, 2011)

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