un popolo contro i banchieri (terza e ultima parte)

Le tre grandi e la posta del cuore

Il fatto che le entità Icesave siano ufficialmente definite “agenzie” e non filiali – significa che sotto il controllo delle autorità islandesi, e non dei paesi ospiti. Nessuno però sembra preoccuparsi del fatto che l’agenzia di regolazione islandese conti solo quarantacinque persone – inclusi gli addetti alla reception –, la maggior parte dei quali partecipa a uno stage in vista di un lavoro in una delle banche del paese. Nessuno si preoccupa neppure del fatto che, in base al dispositivo di assicurazione dei depositi dello spazio europeo, competa alla popolazione islandese (trecentoventimila persone) risarcire gli investitori stranieri in caso di fallimento.

Secondo metodo inventato dalle banche per avere accesso a nuova liquidità senza dover dimostrare attivi reali: le «lettere d’amore». Le «tre grandi» vendono crediti a banche regionali più piccole che, a loro volta, li presentano alla Banca centrale per garantire nuovi prestiti… e prestare alle «tre grandi». Nell’ambiente, i crediti iniziali vengono subito soprannominati «lettere d’amore», in quanto non sono altro che semplici promesse. Il meccanismo si internazionalizza: le «tre grandi» creano filiali in Lussemburgo e depositano la posta del cuore alla Banca centrale europea (Bce), in cambio di liquidità che rimandano in Islanda.

Il crollo degli istituti bancari islandesi arriva due settimane dopo quello di Lehman Brothers. Il 29 settembre 2008, Glitnir sollecita l’aiuto del governatore della Banca centrale, Oddsson. Volendo essere rassicurante, questi ordina alla sua istituzione di ricomprare il 75% delle azioni di Glitnir, il che ha come unico effetto quello di far aumentare la preoccupazione.

Il rating del paese crolla, mentre Landsbanki e Kaupthing si vedono ritirare le linee di credito. I prelievi massicci iniziano nelle filiali Icesave all’estero.

Il 7 ottobre, Oddsson decide di ancorare la corona a un paniere di divise. Ma la moneta sta già affondando, e le riserve di divise straniere si esauriscono in breve tempo. Senza il controllo dei capitali, l’indicizzazione dura solo poche ore. Un tempo comunque sufficiente a coloro che sono vicini al potere per cambiare le proprie corone a un tasso favorevole. Diversi miliardi escono dal paese, prima che la corona venga lasciata fluttuare – o, per meglio dire, colare a picco. L’8 ottobre, il primo ministro britannico, Gordon Brown, facendo uso di leggi antiterrorismo approvate dal New Labour, congela gli attivi di Landsbanki nel Regno unito. Borsa, obbligazioni bancarie, immobiliare seguono la sorte del reddito medio degli islandesi: crollano.

L’Fmi arriva allora a Reykjavik. È la prima volta dal 1976, quando era andato in soccorso del Regno unito, che è chiamato ad aiutare un’economia sviluppata. Per stabilizzare la corona, propone un prestito sotto condizione di 2,1 miliardi di dollari. Appoggia inoltre le richieste dei governi britannico e olandese: in quanto soggetta al dispositivo europeo di garanzia dei depositi, l’Islanda deve indennizza re Londra e L’Aia (che hanno deciso di risarcire essi stessi i clienti Icesave presenti sul loro territorio).

La popolazione, in genere molto tranquilla, si infuria. I movimenti di protesta prendono di mira soprattutto Haarde e Oddsson, i cacicchi del Pi, e il ministro degli affari esteri, Ingibjörg Gísladóttir (Asd). Tra ottobre 2008 e gennaio 2009, a più riprese, il sabato pomeriggio, malgrado il freddo intenso, migliaia di persone di tutte le età si ritrovano sulla piazza principale di Reykjavik. I manifestanti si danno la mano per creare una catena umana attorno al Parlamento, e lanciano frutta e yogurt sul palazzo. Esigono le dimissioni del governo.

Nel gennaio 2009, la coalizione tra Asd e Pi si rompe. Unico esempio di «svolta a sinistra», in un paese toccato dalla crisi finanziaria internazionale, nel gennaio 2009 si costituisce un governo ad interim che riunisce socialdemocratici e il nuovo e popolare Movimento sinistraverde (Mgv). Alle elezioni dell’aprile 2009, il Pi ottiene solo sedici seggi, malgrado un sistema elettorale estremamente favorevole. È il peggior risultato dalla sua nascita nel 1929.

La nuova coalizione viene subi to sollecitata a rimborsare l’enorme debito di Icesave ai britannici e agli olandesi: è la condizione preliminare per gli aiuti del Fmi. Malgrado ciò, il governo progetta di candidarsi quale membro a pieno titolo dell’Unione europea e della zona dell’euro. Dopo lunghe negoziazioni, nell’ottobre 2009, presenta al Parlamento i termini di un possibile accordo sul debito Icesave: 5,5 miliardi di dollari (circa 3,7 miliardi di euro), ossia il 50% del Pil islandese, da versare al Tesoro pubblico britannico e olandese tra il 2016 e il 2023.

Bufera sul governo

L’Mgv protesta. Il ministro della sanità, che viene dalle sue file, lascia l’incarico, mentre cinque dissidenti rifiutano la consegna di voto del governo. La legge passa con fatica il 30 dicembre 2009, in un clima di tale disapprovazione generale da costringere il presidente Olafur Grimsson a dichiarare che non promulgherà una legge tanto contraria alla volontà popolare. Nel referendum del marzo 2010, il 93% dei votanti si pronuncia contro l’accordo Icesave, solo il 2% si dichiara a favore. Gli stessi dirigenti del Partito socialdemocratico e dell’Mgv si astengono. I socialdemocratici precipitano di nuovo al 19% nelle elezioni municipali di Reykjavik del maggio 2010 – che vedono un comico eletto a sindaco del la capitale. In ottobre, riprendono le manifestazioni popolari; la coalizione concede l’elezione di un’assemblea costituente che sarà però invalidata dalla Corte suprema.

Il nuovo progetto di accordo sul contenzioso Icesave, sottoposto alla popolazione nell’aprile scorso, riduce la somma da versare a 4 miliardi di dollari (circa 2,7 miliardi di euro). Dopo il «no», la vertenza che oppone Reykjavik a Londra e a L’Aia potrebbe finire in tribunale.

Il rinvio al 2011 dei tagli più significativi alle spese pubbliche lascia un po’ di respiro all’economia. Finora, l’Islanda ha avuto una contrazione della propria attività meno pesante di quella di Irlanda, Estonia e Lituania – dove il rigore economico è in atto da tempo. La disoccupazione, che era il 2% nel 2006, oscilla tra il 7 e il 9% dall’inizio del 2009. Ma il tasso di emigrazione – degli islandesi e di altri lavoratori europei presenti nel paese, soprattutto polacchi – raggiunge il livello più alto dal 1889. Tuttavia, il governo socialdemocratico e verde ha promesso austerità per il 2011. I governi locali non dispongono di budget per nuovi progetti. Negli ospedali e nelle scuole, i salari diminuiscono e si co mincia a licenziare. Il congelamento dei pignoramenti immobiliari è terminato alla fine del 2010.

La decisione del governo di coalizione Pi-Psd di concedere una garanzia illimitata dei depositi ai cittadini islandesi residenti all’estero, presa alla fine del 2008, è una buona dimostrazione del controllo dell’élite finanziaria sul paese. Imporre un limite di cinque milioni di corone – circa 50.000 euro – sarebbe stato sufficiente a proteggere il 95% dei soggetti interessati. Solo il 5% dei più ricchi ha beneficiato della garanzia illimitata, la quale impone oggi nuovi carichi alla spesa pubblica. La limitata estensione dell’Islanda poteva far pensare che fosse più facile rendersi conto della cecità del governo; è avvenuto esattamente il contrario. Già da tempo, Oddsson aveva cominciato a «privatizzare» l’informazione. L’Istituto economico nazionale d’Islanda, noto per l’indipendenza delle sue analisi, è stato sciolto nel 2002, visto che l’amministrazione preferiva fare riferimento… ai dipartimenti di analisi e ricerca delle banche stesse.

Un altro fatto sorprende. Il gonfiarsi della bolla islandese è stato accompagnato, in un primo tempo, dalla pubblicazione di rapporti critici, soprattutto da parte della Banca centrale. Ma nel 2007 e 2008, quando la minaccia si fa seria, i documenti – compresi quelli dell’Fmi – ammorbidiscono i toni. Le istituzioni finanziarie ufficiali, come i banchieri e i politici, sembrano essersi mosse in base a un tacito accordo: la situazione era ormai così grave che bisognava soprattutto non parlarne per non scatenare il panico bancario.

Nell’ottobre 2010, il Parlamento ha deciso di denunciare il primo ministro Haarde per essere venuto meno alle sue responsabilità. Il segretario permanente delle finanze, Baldur Gudlaugsson (ex membro della Locomotiva) è stato condannato a due anni di prigione per reato di «insider trading» [reato commesso da chi opera in borsa, a proprio vantaggio, sulla base di informazioni riservate, ndt] – ha venduto le sue quote della Landsbanki nel settembre 2008, pochi giorni dopo aver parlato della banca con il ministro delle finanze britannico, Alistair Darling, a Londra.

Lungi dal dover rispondere delle sue azioni, Oddsson si è visto offrire il posto di caporedattore del principale quotidiano di Reykjavik, Morgunbladid, da dove orchestra la copertura della crisi – un po’ come se, fa notare un commentatore, Richard Nixon fosse stato chiamato a dirigere il Washington Post durante il Watergate.

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