un popolo contro i banchieri (seconda parte)

Nato nel 1948 da una famiglia della classe media, Odsson diventa consigliere municipale di Reykjavik per il Pi nel 1974, poi sindaco nel 1982. In questo periodo organizza delle campagne di privatizzazione- tra cui la vendita della flotta di pesca municipale- a favore dei membri della Locomotiva. Nelle elezioni nazionali del 1991, porta il Pi alla vittoria. Diventato primo ministro, regna sul paese per quasi quattordici anni, e presiede la straordinaria crescita del settore finanziario, prima di assumere il comando della Banca centrale, nel 2004. Vivendo immerso nella palude politica islandese, si tiene lontano dal resto della società- per la quale non nutre la minima curiosità. Il suo pupillo nella Locomotiva, Geir Haarde, ministro delle Finanze dal 1998 al 2005, assume la guida del governo nel 2006, succedendo a Halldór Asgrímsonn, al quale Odsson aveva ceduto il potere nel 2004.
La liberalizzazione dell’economia islandese inizia nel 1994. L’accesso allo spazio economico europeo – la zona di libero scambio dei paesi dell’Unione europeas a cui si aggiungono Islanda, Liechtestein e Norvegia- impone la libera circolazione di capitalei, beni, servizi e persone. Il governo Odsson si lancia in un programma di vendita degli attivi dellostato e di deregolamentanzione del mercato del lavoro. La privatizzazione del settore finanziario comincia nel 1998, sotto la guida di Odsson e Halldór Asgrimsons , leader del Partito di centro (Pc), partner della coalizione allora al potere: la banca Landsbanki è assegnata ad alcuni dignitari del Pi, mentre la sua concorrente, Kaupthing, cade in mano al Pc. Più tardi, una banca privata nata dalla fusione di numerosi piccoli istituti, Glitnir, si colloca al terzo posto.

L’Islanda entra nel nuovo millennio sorretta dal vento di una finanza internazionale dopata da crediti a buon mercato. Sul piano nazionale, tre elementi risultano determinanti: un forte impegno politico a favore del settore; la fusione delle banche d’investimento con quelle commerciali, che permette alle prime di beneficiare delle garanzie che il governo offre alle seconde; e un debito sovrano ridotto, che qualifica gli istituti per l’indispensabile valutazione positiva da parte delle agenzie internazionali di rating. Forti di questo, gli azionisti di maggioranza di Landsbanki, Kaupthing, Glitnir e delle loro varie filiali capovolgono il tradizionale controllo della politica sulla finanza.

L’amministrazione Oddsson ammorbidisce ben presto la regolamentazione dei prestiti ipotecari garantiti dallo stato, autorizzando mutui che raggiungono il 90% del valore del bene. Le banche, appena privatizzate, si affannano a proporre condizioni ancora più «generose». L’imposta sul reddito e la tassa sul valore aggiunto (Iva) diminuiscono, in linea con la strategia che vuole fare dell’Islanda un centro finanziario internazionale benedetto dalla moderazione fiscale. Si avvia la dinamica della bolla speculativa.

Le nuove élite bancarie islandesi, impazienti di estendere la propria influenza sull’economia del paese, si fanno sotto. Servendosi delle proprie azioni come garanzia, si autorizzano a sottoscrivere pesanti prestiti presso i propri istituti per procedere al riacquisto di azioni… di quegli stessi istituti. Risultato: i corsi si impennano. La stessa operazione si estende talvolta ad altre banche. Così, gli azionisti della banca B chiedono un prestito alla banca A per riacquistare le azioni della propria società, prima di rendere il favore ai loro amici della banca A, che ripetono lo stesso copione. Così, la quotazione in Borsa delle due banche sale vertiginosamente, senza alcun rapporto con la loro attività reale.

Con questo ritmo, la piccola isola si guadagna presto l’ingresso nel club dei giganti della finanza. L’abbondanza di credito consente alla popolazione di festeggiare la fine dei decenni di razionamento del credito centellinato dalle reti politiche: finalmente, gli islandesi si sentono veramente «indipendenti». Il che forse spiega il loro considerarsi – all’epoca – «la popolazione più felice del mondo». I proprietari e i dirigenti delle banche si remunerano sempre più generosamente (una vera rapina all’interno degli stessi istituti bancari). E più sono ricchi, più godono del sostegno dei partiti politici – da loro finanziati. I jet privati che squassano il cielo di Reykjavik appaiono come la conferma sonora del successo, agli occhi di una popolazione che, dalla terraferma, oscilla tra invidia e ammirazione. Crescono le disuguaglianze di reddito e di beni posseduti, aggravate da politiche di governo che aumentano il carico fiscale sulla metà più povera della società. Riassumendo, «le iniziative liberiste di Oddsson sono il più formidabile successo mondiale », dichiara dalle colonne del Wall Street Journal uno dei più fervidi difensori islandesi dell’economia di mercato.

Ma, all’inizio del 2006, si affaccia la preoccupazione.  La stampa finanziaria si interroga sulla stabilità delle grandi banche, che mostrano qualche difficoltà a riscuotere fondi sul mercato monetario. Il deficit corrente dell’Islanda balza dal 5% del prodotto interno lordo nel 2003, al 20% nel 2006 – uno dei livelli più alti del mondo. La capitalizzazione borsistica raggiunge, nel 2007, cinque volte il livello del 2001. Landsbanki, Kaupthing e Glitnir operano già ben oltre la capacità della Banca centrale islandese di sostenerle, in quanto prestatrice di ultima istanza. Rischio tanto più concreto a fronte di debiti reali, e attivi dubbi.

Nel febbraio 2006, l’agenzia Fitch retrocede il rating islandese da «stabile» a «negativo»: inizia la «minicrisi». La corona cede bruscamente, al contrario del valore dei debiti delle banche che aumentano; la costante dei crediti espressi in valuta estera diventa rapidamente un problema «pubblico»; il mercato azionario crolla e i fallimenti si moltiplicano. È allora che la Danske Bank di Copenhagen descrive l’Islanda come un’«economia geyser» sul punto di esplodere.

I banchieri e i responsabili politici islandesi rispondono con aggressività alle critiche. La Banca centrale d’Islanda sottoscrive un mutuo per raddoppiare le sue riserve di divise estere, mentre la Camera di commercio – pilotata dai rappresentanti di Landsbanki, Kaupthing, Glitnir e delle varie filiali – risponde con una campagna stampa. L’economista americano Frederic Mishkin incassa 135.000 dollari per apporre la sua firma su un rapporto scritto quasi interamente da un economista islandese, dove si attesta la stabilità delle banche dell’isola. Richard Portes, della London Business School, si accontenta di 58.000 sterline per lo stesso tipo di expertise. Alla fine del 2007, Arthur Laffer, teorico dell’economia dell’offerta, rassicura: «L’Islanda dovrebbe rappresentare un modello per il mondo intero.» Il valore degli attivi delle banche in quel momento è circa otto volte il Pil.

Alle elezioni del maggio 2007, l’Alleanza socialdemocratica (Asd)  forma un governo di coalizione con il Pi, ancora dominante. I dirigenti dell’Asd, malgrado le perplessità di molti suoi aderenti, dimenticano le promesse preelettorali e manifestano un totale sostegno all’espansione del settore finanziario. Benché sopravvissute alla minicrisi del 2006, Landsbanki, Kaupthing e Glitnir faticano a trovare soldi freschi per finanziare nuove acquisizioni e rimborsare i debiti. Le banche approntano allora due metodi per superare le difficoltà. Il primo si chiama: Icesave, un’invenzione di Landsbanki. Si tratta di un servizio su internet destinato ad attirare depositi con l’offerta di tassi d’interesse più alti di quelli delle banche tradizionali.

Fondato nel Regno unito nell’ottobre 2006, e nei Paesi bassi diciotto mesi più tardi, Icesave, subito sostenuto da altri siti specializzati in finanza online, si trova in breve sommerso dai depositi. Arrivano decine di milioni di sterline. Tra i primi clienti, l’università di Cambridge, la polizia di Londra, o ancora l’Audit commission del Regno unito, che gestisce le finanze dei governi locali. Senza contare le centinaia di migliaia di privati (solo nel Regno unito sono trecentomila ad avere un conto Icesave).

continua…

Un popolo contro i banchieri (prima parte)


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