un popolo contro i banchieri

Superata di slancio l’accidia- ma temo che mi si sia infilata qui da qualche parte e si rifaccia viva quando meno me l’aspetto, con certa gente non si è mai tranquilli- propongo, ai quei connazionali e non che si trovano ancora a passare di qui, la trascrizione di un articolo che mi pare interessante sulle scelte degli islandesi di fronte alla crisi, gravissima, che li ha colpiti. Lo trovo su Le Monde diplomatique, allegato questo mese al Manifesto.

Da diverso tempo non compro e non leggo quasi più i quotidiani (gli altri- mensili o settimanali- non li ho quasi mai letti) ma ogni tanto mi prende la voglia di sapere come la pensano quelli di via Bargoni ( ma non era via Tomacelli, una volta?) e allora li compro e li leggo, sempre con molto piacere, devo dire. Tutto il contrario di quello che mi capita le rare volte in cui sfoglio qualcos’altro, stile Repubblica, ad esempio, che proprio non riesco più neanche a guardare negli scialbi titoli. Almeno qui ci si diverte.
L’articolo di cui trascrivo qui la prima parte, forse meno visto che è lunghissimo, è a firma Robert Wade e Silla Sigurgeirsdóttir, che sono, il primo, professore di economia politica alla London School Economics, e la seconda professore incaricato di politiche pubbliche all’università d’Islanda. L’articolo, ci dicono, è una versione rivista e attualizzata di “Lessons from Iceland” apparso su New Left Rewiew, Londra, nel settembre- ottobre 2010, ma non per questo è meno attuale e interessante, anche per noi, visto quello che pare profilarsi all’orizzonte. E non solo per quello: anche perchè il caso islandese mi pare che apra- e lo penso da tempo- delle prospettive che faremmo bene a prendere in considerazione e che proponga riflessioni di natura politica ed economica su quanto in questi giorni sta emergendo con più vigore e più visibilità del solito, da più parti, in Europa.

Ma adesso cominciamo.

Quando il popolo islandese vota contro i banchieri

Isola piccola, problemi grandi. I cittadini devono pagare per la follia dei banchieri? Esiste ancora un’istituzione legata alla sovranità popolare capace di opporre la propria legittimità alla supremazia della finanza? Queste erano le domande poste dal referendum organizzato il 10 aprile 2011 in Islanda. Quel giorno, per la seconda volta, il governo interpellava la popolazione: accettate di rimborsare i depositi di privati britannici e olandesi alla banca privata Icesave? E, per la seconda volta, gli abitanti dellisola devastata dalla crisi iniziata nel 2008 rispondevano «no»: il 60% dei votanti contro il  93% della prima consultazione, nel marzo 2010.

L’esito dello scrutinio assume una particolare valenza nel momento in cui, su pressione degli speculatori della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), i governi del vecchio continente impongono politiche di austerità su cui non sono stati eletti. Il sistematico saccheggio del mondo occidentale da parte di istituzioni finanziarie svincolate da ogni controllo preoccupa persino i fautori della deregolamentazione. All’indomani del referendum islandese, l’editorialista del Financial Times, un giornalista decisamente liberista, si è rallegrato del fatto che fosse «possibile anteporre i cittadini alle banche». Un’ idea che trova ancora scarsa eco tra i dirigenti politici europei.

Se oggi l’Islanda fa scuola è perchè il paese offre un esempio chimicamente puro delle dinamiche che, negli anni ’90 e 2000, hanno permesso a interessi privati di imporre regolamentazioni pubbliche che hanno gonfiato la sfera finanziaria, l’hanno poi sganciata dal resto dell’economia e, alla fine, ne hanno provocato l’implosione.
Poco prima della crisi, nel 2007, le cose vanno ancora molto bene: il reddito medio islandese si atesta al quinto livello mondiale e supera del 60% quello degli Stati uniti. All’epoca i ristoranti di Reykjavik facevano sembrare quelli di Londra misere bettole. I negozi erano pieni di articoli di lusso ed enormi 4×4 ingombravano le strade. Un anno prima, uno studio internazionale aveva definito la popolazione dell’isola come la più felice del pianeta. Gran parte del suo benessere è dovuto alla crescita accellerata delle tre bache islandesi. Piccole società del settore pubblico fino al 1998, si piazzano in breve tra le trecento bacnhe più importanti del mondo, il loro attivo passa dal 100% del prodotto interno lordo nel 2000 a circa l’800% nel 2007- un livello superato solo dalla Svizzera.

La crisi economica scoppia alla fine del settembre 2008: dopo il fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers, i mercati monetari si bloccano. Vista l’incapacità di rimborsare i creditori, le tre grandi banche islandesi vengono nazionalizzate. Entrano allora in un palmarès meno glorioso: quello, pubblicato dall’agenzia di rating Moody’s , delle undici catastrofi finanziari più spettacolari della storia.
All’inizio del XX secolo, dopo circa seicento anni di tutela straniera, le strutture sociali islandesi continuano a essere le più feudali tra quelle dei paesi del nord. La pesca domina l’ecomia e genera il grosso delle entrate di divise estere, permettendo al commercio di svilupparsi grazie alle importazioni. Il che di rimando stimola nuove attività: costruzioni, servizi e industria leggera.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’economia entra in un periodo di crescita più sostenuta, grazie a una combinazione di fattori: aiuto legato al piano Marshall, a cui si aggiunge l’installazione di una base militare destinata ad accogliere l’esercito americano e l’Organzizzazione del trattato del Nord Atlantico; abbondanza di un bene di esportazione poco sensibile alle fluttuazioni del reddito dei consumatori, il pesce d’acqua fredda; popolazione poco numerosa, ben istruita e dotata di un forte senso di appartenenza nazionale.
Man mano che si arricchisce, l’Islanda getta le basi di uno stato previdenziale finanziato dalle tasse, inspirato al modello scandinavo. Negli anni ’80, il livello e la ripartizione del reddito disponibile raggiungono la media dei paesi nordici. Tuttavia, il peso dello stato continua a essere più pronunciato in Islanda di quanto non lo sia nei paesi vicini europei. Così come il clientelismo: l’oligarchia locale ingessa il paesaggio sia politico sia economico.
La moderna società capitalistica della seconda metà del XX secolo discende, attraverso un legame di filiazione diretta, dalle strutture quasi feudali del XIX secolo. Nei decoenni che seguono la seconda guerra mondiale, quattordici famiglie- un gruppo soprannominato “Piovra”- forniscono l’élite economica e politica del paese. Come i capi tribù di un tempo, controllano importazioni, trasporti, banche, assicurazioni, pesca e approvvigionamenti alla base Nato.
L’oligarchia regna anche sul Partito dell’Indipendenza (Pi, destra) che controlla i media. Avalla la nomina di alti funzionari dell’amministrazione, della polizia e dell’esercito. All’epoca, i partiti dominanti (Pi e il partito di centro, forte nelle zone rurali) gestiscono direttamente le banche pubbliche locali: impossibile ottenere un prestito senza passare per il sitema di potere locale. Intimidazione. adulazione e diffidenza tessono una rete potente impregnata di cultura maschilista, pronta a fare della pelosità una virtù universale.
Ma alla fine degli anni ’70 una fazione neoliberista sovverte dall’interno l’ordine tradizionale. E’ guidata dalla “Locomotiva”, dal nome di un giornale di cui si imadroniscono alcuni studenti di giurisprudenza ed economia. Il loro obiettivo: promuovere i precetti del libero scambio e crearsi possibilità di carriera senza attendere la benediazione della Piovra. Con la fine della guerra fredda, l’opposizione di sinistra non attira più: la Locomotiva si sviluppa. Darà al paese un primo ministro: David Oddsson (Pi)

continua…

7 thoughts on “un popolo contro i banchieri

  1. Anche gli indignados spagnoli si stiano ribellando contro lo strapotere delle banche e di una politica che non ha saputo dare risposte. Mi spiace solo che ci sia Zapatero al potere che non credo abbia grandi colpe se non quelle di non avere saputo reagire con fermezza a quanto stava accadendo nel suo paese. Ma, ormai, i poteri politici e bancari e le lobbies, che hanno sempre fatto da padrone, stanno mostrando delle crepe e la gente comincia a reagire. Sono contenta che ci siano molti giovani tra di loro. Mi pareva che queste nuove generazioni fossero state disinnescate, riassorbite, nascoste in un continuo, pernicioso letargo. Forse c’è salvezza all’orizzonte
    ciao
    bri

    1. un paese depresso?
      Ma non il paese, noi siamo depressi. Una sfumatura non lieve. E non ce lo diciamo neanche più, da quanto siamo depressi e stanchi e sudati e accaldati. Neanche il brigatista che domenica vincerà riuscirà a tirarci su? a volte ne dubito, mi pare che i nostri entusiasmi siano una foglia secca. No, ho sbagliato: non un dubbio, un timore.

      1. ma è ancora valida l’idea che una forza collettiva (tu chiamala se vuoi, comunismo, socialismo) ci libererà dalla depressione?

  2. la risposta più scontata sta “nell’ottimismo della volontà”, ovviamente
    vogliamo dare un po’ di credito all’esasperazione che sale?
    (wow!)

  3. @angie: non lo so, ci sto riflettendo proprio in questi giorni. Perché l’impressione da un lato è quella che ci sia quasi bisogno di utopie, di avere qualcosa in cui credere, per cui sperare. Lo senti se parli con altre persone, se parli di quello che sta succedendo, del perché si sta così male e di cosa servirebbe per stare meglio. A volte ho l’impressione che, ora come ora, si abbia bisogno soprattutto di stare in mezzo ad altra gente, condividere idee, progetti, speranze. Poi però mi dico che questa potrebbe essere una delle tante illusioni, una delle tante utopie, appunto, di cui l’uomo si è nutrito nel corso dei secoli e dei millenni. D’altra parte, per concludere, mi sento di dire che si tratta- di questo ne sono certa- del cambiamento di un “paradigma” per dirla con Kuhn e quando cambiano i paradigmi si tratta di movimenti vasti, che riguardano la mente, l’immaginario, il modo di pensare di tante persone, chi prima chi dopo. Oggi mi sembra che rispetto al mondo del passato questi cambiamenti però non possono essere ristretti a una cerchia di persone che detengono il sapere o/e il potere, ma quello che si chiede è proprio che le decisioni siano collettive, discusse. Si rimette in discussione, ad esempio, il concetto stesso di democrazia e mi pare che questa sia una cosa molto significativa, perché su questo concetto si basa da millenni tutto il nostro modo di essere. L’altra grossa novità che mi sembra di cogliere nei movimenti di questi giorni è la rinuncia programmatica alla violenza, e anche questo è importante perché cambia un’altra idea di come si evolvono le cose.

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