(auto)ritratti: l’accidioso

Lo sguardo dell’accidioso si posa ossessivamente sulla finestra e, con la fantasia, egli si finge l’immaginazione di uno che viene a visitarlo; a uno scricchiolio della porta balza in piedi; sente una voce, e corre ad affacciarsi alla finestra a guardare; e tuttavia non scende in strada, ma torna a sedersi dov’era, torpido e come allibito. Se legge, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno: si frega la faccia con le mani, distende le dita e, tolti gli occhi dal libro, li fissa sulla parete; di nuovo li rimette sul libro, va avanti per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge, e intanto si riempie la testa di calcoli oziosi, conta il numero delle pagine e i fogli dei quaderni; e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi, finchè da ultimo, richiude il libro e lo usa come cuscino per il suo capo, cadendo in un sonno breve e non profondo da cui lo desta un senso di privazione e di fame che deve saziare.

(Sancti Nili, De octo spiritibus malitiae)


Non appena questo demone comincia a ossessionare la mente di qualche sventurato, gli insinua dentro un orrore del luogo in cui si trova, un fastidio della propria cella e uno schifo dei fratelli che vivono con lui, che gli sembrano ora negligenti e grossolani. Lo fa diventare inerte a ogni attività che si svolge tra le pareti della sua cella, gli impedisce di restarvi in pace e di attendere alla sua lettura; ed ecco che il disgraziato incomincia a lagnarsi di non trarre alcun giovamento dalla vita conventuale, e sospira e geme che il suo spirito non produrra frutto alcuno finchè resterà dove si trova; querimoniosamente si proclama inetto a far fronte a qualsiasi compito dello spirito e si affligge di starsene svuotato e immobile sempre nello stesso punto, lui che avrebbe potuto essere utile agli altri e guidarli, e non ha invece concluso nulla né giovato a chicchessia. Si sprofonde in sperticati elogi di monasteri assenti e lontani ed evoca i luoghi dove potrebbe essere sano e felice; descrive cenobi soavi di fratelli e fragranti di conversazione spirituale; e all’opposto, tutto quello che ha a portata di mano gli sembra aspro e difficile, i suoi fratelli privi di  qualsiasi qualità e persino il cibo gli pare di non poterselo là procurare senza una grande fatica. Alla fine si convince che non potrà star bene finché non avrà abbandonato la sua cella e che , se vi restasse, vi troverebbe la morte. Poi, verso l’ora quinta o sesta, gli prende un languore del corpo e una rabbiosa fame di cibo, come fosse stremato da un lungo viaggio e da un duro lavoro, o avesse digiunato per due o tre giorni. Allora comincia a guardarsi intorno qua e là, entra ed esce più volte dalla cella e fissa gli occhi sul sole come se potesse rallentarne l’occaso; e alla fine gli cala sulla mente una dissennata confusione, simile alla caligine che avvolge la terra, e lo lascia inerte e come svuotato.(Joannis Cassiani, De institutis coenobiorum)

( citati in G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale)

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