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Archive for maggio 2011

1.L’Escherichia coli è un genere di batterio gramnegativo (cioè negativo alla colorazione di Gram) a forma di bastoncello diritto.
Poiché la sua temperatura ottimale di sopravvivenza è di 37 °C, vive facilmente nell’intestino dell’uomo e degli animali; è poco resistente a disinfettanti chimici e/o fisici e viene distrutta con la pastorizzazione.
2.Secondo la Reuters questa epidemia sviluppatasi in Germania potrebbe essere la più importante, mai accaduta, al mondo; sono, infatti, al 29 maggio 2011 oltre 1.000 i soggetti affetti dall’infezione di E. coli EHEC, con 10 morti, inoltre molti sono gravemente malati. In questa circostanza sarà sperimentato estensivamente l’anticorpo monoclonale eculizumab, presso il Policlinico Universitario di Amburgo-Eppendorf.
3.L’eculizumab nome commerciale Soliris è un anticorpo monoclonale. Viene studiata dalla Alexion Pharmaceuticals, mostrando di essere efficace nel trattamento della emiglobinuria parossistica ed anche nella sindrome emolitico-uremica (SUE o HUS).

Eculizumab è stato approvato per l’uso clinico dall’FDA il 16 marzo 2007 ed è stato successivamente approvato dall’EMEA il 20 giugno 2007.

4. quotazioni alla borsa italiana dell’Alexion Pharmaceuticals nell’ultimo anno.

5. grafico dell’andamento dell’Alexion Pharmaceuticals negli ultimi cinque anni

6. ( dal sito BB Biotech)Alexion è specializzata nello sviluppo di farmaci per la terapia di malattie rare. Il suo prodotto di punta, Soliris, è approvato dal 2007 negli USA e in Europa per il trattamento dell’emoglobinuria parossistica notturna (EPN), una patologia che colpisce un numero di oltre 20 000 pazienti in tutto il mondo. Ad oggi il lancio è risultato positivo, anche in virtù del successo di Alexion nell’agevolare ai pazienti l’accesso e il rimborso del farmaco, nonché grazie all’aumento della consapevolezza dei medici curanti e al monitoraggio finalizzato a individuare nuovi pazienti affetti da EPN. Prevediamo che il lancio del farmaco in altri paesi, tra cui Giappone e America Latina, nonché la prosecuzione della penetrazione di mercato in USA ed Europa consentiranno a Soliris di raggiungere vendite superiori a USD 1 mrd per la terapia dell’EPN. La sindrome emolitico-uremico atipica (SEUa), una microangiopatia, costituisce la prossima indicazione terapeutica per la quale prevediamo un’approvazione di Soliris.

A ottobre 2010 l’azienda ha annunciato dati intermedi positivi per quattro studi di Fase II, che supporteranno l’approvazione del farmaco per la terapia della SEUa negli USA e in Europa nel 2° semestre del 2012 e nel 1° semestre del 2013. Stimiamo per Soliris un’ulteriore opportunità di mercato per USD 0.5 mrd a USD 1 mrd Soliris è altresì oggetto di studi in fase iniziale per una serie di indicazioni terapeutiche orfane in grado di generare opportunità di mercato ancora più ampie delle previsioni attuali in caso di pubblicazione di risultati positivi nel corso del 2011.

7. Tutto su BB BIOTECH

Fondata a Sciaffusa (CH) nel novembre 1993, la società d’investimento BB BIOTECH AG investe nelle società del mercato emergente delle biotecnologie ed è oggi, a livello mondiale, uno dei maggiori investitori in questo settore. Le azioni nominative BB BIOTECH sono quotate alla Borsa Svizzera, al “TecDAX” in Germania e al “Segmento Star” in Italia.

L’industria biotecnologica è una delle più interessanti tra quelle ad elevato potenziale di crescita. L’allungamento della vita media della popolazione, unito alle molte patologie per le quali non esistono ancora né una cura né un trattamento adeguato, accrescono la richiesta di nuovi farmaci. Grazie alla ricerca nel settore biotecnologico degli ultimi anni, sono stati sviluppati un numero crescente di farmaci dal grande potenziale terapeutico.

La crescita del settore biotecnologico è sostenuta dagli oltre 250 prodotti che sono attualmente in Fase III, l’ultima fase della sperimentazione clinica. Già a partire dal 2000, più della metà di tutti i nuovi farmaci omologati (tra i 20 e i 30 all’anno) sono stati scoperti da aziende biotech. Il fatturato totale dei farmaci biotecnologici è destinato a crescere di conseguenza e le aziende biotech redditizie saranno sempre più numerose. BB BIOTECH offre ai propri azionisti l’opportunità di partecipare a questa crescita con prospettive di successo superiori alla media.

8. La Deutsche BanK e BB Biotech

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Escherichia

 

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Le tre grandi e la posta del cuore

Il fatto che le entità Icesave siano ufficialmente definite “agenzie” e non filiali – significa che sotto il controllo delle autorità islandesi, e non dei paesi ospiti. Nessuno però sembra preoccuparsi del fatto che l’agenzia di regolazione islandese conti solo quarantacinque persone – inclusi gli addetti alla reception –, la maggior parte dei quali partecipa a uno stage in vista di un lavoro in una delle banche del paese. Nessuno si preoccupa neppure del fatto che, in base al dispositivo di assicurazione dei depositi dello spazio europeo, competa alla popolazione islandese (trecentoventimila persone) risarcire gli investitori stranieri in caso di fallimento.

Secondo metodo inventato dalle banche per avere accesso a nuova liquidità senza dover dimostrare attivi reali: le «lettere d’amore». Le «tre grandi» vendono crediti a banche regionali più piccole che, a loro volta, li presentano alla Banca centrale per garantire nuovi prestiti… e prestare alle «tre grandi». Nell’ambiente, i crediti iniziali vengono subito soprannominati «lettere d’amore», in quanto non sono altro che semplici promesse. Il meccanismo si internazionalizza: le «tre grandi» creano filiali in Lussemburgo e depositano la posta del cuore alla Banca centrale europea (Bce), in cambio di liquidità che rimandano in Islanda.

Il crollo degli istituti bancari islandesi arriva due settimane dopo quello di Lehman Brothers. Il 29 settembre 2008, Glitnir sollecita l’aiuto del governatore della Banca centrale, Oddsson. Volendo essere rassicurante, questi ordina alla sua istituzione di ricomprare il 75% delle azioni di Glitnir, il che ha come unico effetto quello di far aumentare la preoccupazione.

Il rating del paese crolla, mentre Landsbanki e Kaupthing si vedono ritirare le linee di credito. I prelievi massicci iniziano nelle filiali Icesave all’estero.

Il 7 ottobre, Oddsson decide di ancorare la corona a un paniere di divise. Ma la moneta sta già affondando, e le riserve di divise straniere si esauriscono in breve tempo. Senza il controllo dei capitali, l’indicizzazione dura solo poche ore. Un tempo comunque sufficiente a coloro che sono vicini al potere per cambiare le proprie corone a un tasso favorevole. Diversi miliardi escono dal paese, prima che la corona venga lasciata fluttuare – o, per meglio dire, colare a picco. L’8 ottobre, il primo ministro britannico, Gordon Brown, facendo uso di leggi antiterrorismo approvate dal New Labour, congela gli attivi di Landsbanki nel Regno unito. Borsa, obbligazioni bancarie, immobiliare seguono la sorte del reddito medio degli islandesi: crollano.

L’Fmi arriva allora a Reykjavik. È la prima volta dal 1976, quando era andato in soccorso del Regno unito, che è chiamato ad aiutare un’economia sviluppata. Per stabilizzare la corona, propone un prestito sotto condizione di 2,1 miliardi di dollari. Appoggia inoltre le richieste dei governi britannico e olandese: in quanto soggetta al dispositivo europeo di garanzia dei depositi, l’Islanda deve indennizza re Londra e L’Aia (che hanno deciso di risarcire essi stessi i clienti Icesave presenti sul loro territorio).

La popolazione, in genere molto tranquilla, si infuria. I movimenti di protesta prendono di mira soprattutto Haarde e Oddsson, i cacicchi del Pi, e il ministro degli affari esteri, Ingibjörg Gísladóttir (Asd). Tra ottobre 2008 e gennaio 2009, a più riprese, il sabato pomeriggio, malgrado il freddo intenso, migliaia di persone di tutte le età si ritrovano sulla piazza principale di Reykjavik. I manifestanti si danno la mano per creare una catena umana attorno al Parlamento, e lanciano frutta e yogurt sul palazzo. Esigono le dimissioni del governo.

Nel gennaio 2009, la coalizione tra Asd e Pi si rompe. Unico esempio di «svolta a sinistra», in un paese toccato dalla crisi finanziaria internazionale, nel gennaio 2009 si costituisce un governo ad interim che riunisce socialdemocratici e il nuovo e popolare Movimento sinistraverde (Mgv). Alle elezioni dell’aprile 2009, il Pi ottiene solo sedici seggi, malgrado un sistema elettorale estremamente favorevole. È il peggior risultato dalla sua nascita nel 1929.

La nuova coalizione viene subi to sollecitata a rimborsare l’enorme debito di Icesave ai britannici e agli olandesi: è la condizione preliminare per gli aiuti del Fmi. Malgrado ciò, il governo progetta di candidarsi quale membro a pieno titolo dell’Unione europea e della zona dell’euro. Dopo lunghe negoziazioni, nell’ottobre 2009, presenta al Parlamento i termini di un possibile accordo sul debito Icesave: 5,5 miliardi di dollari (circa 3,7 miliardi di euro), ossia il 50% del Pil islandese, da versare al Tesoro pubblico britannico e olandese tra il 2016 e il 2023.

Bufera sul governo

L’Mgv protesta. Il ministro della sanità, che viene dalle sue file, lascia l’incarico, mentre cinque dissidenti rifiutano la consegna di voto del governo. La legge passa con fatica il 30 dicembre 2009, in un clima di tale disapprovazione generale da costringere il presidente Olafur Grimsson a dichiarare che non promulgherà una legge tanto contraria alla volontà popolare. Nel referendum del marzo 2010, il 93% dei votanti si pronuncia contro l’accordo Icesave, solo il 2% si dichiara a favore. Gli stessi dirigenti del Partito socialdemocratico e dell’Mgv si astengono. I socialdemocratici precipitano di nuovo al 19% nelle elezioni municipali di Reykjavik del maggio 2010 – che vedono un comico eletto a sindaco del la capitale. In ottobre, riprendono le manifestazioni popolari; la coalizione concede l’elezione di un’assemblea costituente che sarà però invalidata dalla Corte suprema.

Il nuovo progetto di accordo sul contenzioso Icesave, sottoposto alla popolazione nell’aprile scorso, riduce la somma da versare a 4 miliardi di dollari (circa 2,7 miliardi di euro). Dopo il «no», la vertenza che oppone Reykjavik a Londra e a L’Aia potrebbe finire in tribunale.

Il rinvio al 2011 dei tagli più significativi alle spese pubbliche lascia un po’ di respiro all’economia. Finora, l’Islanda ha avuto una contrazione della propria attività meno pesante di quella di Irlanda, Estonia e Lituania – dove il rigore economico è in atto da tempo. La disoccupazione, che era il 2% nel 2006, oscilla tra il 7 e il 9% dall’inizio del 2009. Ma il tasso di emigrazione – degli islandesi e di altri lavoratori europei presenti nel paese, soprattutto polacchi – raggiunge il livello più alto dal 1889. Tuttavia, il governo socialdemocratico e verde ha promesso austerità per il 2011. I governi locali non dispongono di budget per nuovi progetti. Negli ospedali e nelle scuole, i salari diminuiscono e si co mincia a licenziare. Il congelamento dei pignoramenti immobiliari è terminato alla fine del 2010.

La decisione del governo di coalizione Pi-Psd di concedere una garanzia illimitata dei depositi ai cittadini islandesi residenti all’estero, presa alla fine del 2008, è una buona dimostrazione del controllo dell’élite finanziaria sul paese. Imporre un limite di cinque milioni di corone – circa 50.000 euro – sarebbe stato sufficiente a proteggere il 95% dei soggetti interessati. Solo il 5% dei più ricchi ha beneficiato della garanzia illimitata, la quale impone oggi nuovi carichi alla spesa pubblica. La limitata estensione dell’Islanda poteva far pensare che fosse più facile rendersi conto della cecità del governo; è avvenuto esattamente il contrario. Già da tempo, Oddsson aveva cominciato a «privatizzare» l’informazione. L’Istituto economico nazionale d’Islanda, noto per l’indipendenza delle sue analisi, è stato sciolto nel 2002, visto che l’amministrazione preferiva fare riferimento… ai dipartimenti di analisi e ricerca delle banche stesse.

Un altro fatto sorprende. Il gonfiarsi della bolla islandese è stato accompagnato, in un primo tempo, dalla pubblicazione di rapporti critici, soprattutto da parte della Banca centrale. Ma nel 2007 e 2008, quando la minaccia si fa seria, i documenti – compresi quelli dell’Fmi – ammorbidiscono i toni. Le istituzioni finanziarie ufficiali, come i banchieri e i politici, sembrano essersi mosse in base a un tacito accordo: la situazione era ormai così grave che bisognava soprattutto non parlarne per non scatenare il panico bancario.

Nell’ottobre 2010, il Parlamento ha deciso di denunciare il primo ministro Haarde per essere venuto meno alle sue responsabilità. Il segretario permanente delle finanze, Baldur Gudlaugsson (ex membro della Locomotiva) è stato condannato a due anni di prigione per reato di «insider trading» [reato commesso da chi opera in borsa, a proprio vantaggio, sulla base di informazioni riservate, ndt] – ha venduto le sue quote della Landsbanki nel settembre 2008, pochi giorni dopo aver parlato della banca con il ministro delle finanze britannico, Alistair Darling, a Londra.

Lungi dal dover rispondere delle sue azioni, Oddsson si è visto offrire il posto di caporedattore del principale quotidiano di Reykjavik, Morgunbladid, da dove orchestra la copertura della crisi – un po’ come se, fa notare un commentatore, Richard Nixon fosse stato chiamato a dirigere il Washington Post durante il Watergate.

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Acampada Barcellona

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1.Premere start in basso a destra sullo schermo, quindi spegni computer.

2.Aprire la porta di casa, chiudere la porta di casa, con o senza le chiavi, a seconda degli usi personali.

3.Scendere le scale (se necessario).

4. Aprire il portone.

5. Chiudersi il portone alle spalle.

6. Dirigersi verso il luogo convenuto.

7. Incrociare le dita sperando che ci sia qualcuno.

8. Individuare il gruppo di simili (in genere c’è più di un elemento che parla spagnolo)

9. Aspettare con pazienza, senza scoraggiarsi se non all’inizio non succede nulla.

10. Mettersi a sedere e ascoltare; parlare se si ha qualcosa da dire.

11. Sentirsi dire: Scusa, te come ti chiami?/Chiedere: Scusa, te come ti chiami?

11. Stare seduti a parlare fino a che se ne ha voglia.

12. Darsi un appuntamento per un altro giorno.

13. Tornare a casa un po’ più leggeri, perchè l’importante non è sedersi a tavola tutte le sere alla stessa ora e mangiare.

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Nato nel 1948 da una famiglia della classe media, Odsson diventa consigliere municipale di Reykjavik per il Pi nel 1974, poi sindaco nel 1982. In questo periodo organizza delle campagne di privatizzazione- tra cui la vendita della flotta di pesca municipale- a favore dei membri della Locomotiva. Nelle elezioni nazionali del 1991, porta il Pi alla vittoria. Diventato primo ministro, regna sul paese per quasi quattordici anni, e presiede la straordinaria crescita del settore finanziario, prima di assumere il comando della Banca centrale, nel 2004. Vivendo immerso nella palude politica islandese, si tiene lontano dal resto della società- per la quale non nutre la minima curiosità. Il suo pupillo nella Locomotiva, Geir Haarde, ministro delle Finanze dal 1998 al 2005, assume la guida del governo nel 2006, succedendo a Halldór Asgrímsonn, al quale Odsson aveva ceduto il potere nel 2004.
La liberalizzazione dell’economia islandese inizia nel 1994. L’accesso allo spazio economico europeo – la zona di libero scambio dei paesi dell’Unione europeas a cui si aggiungono Islanda, Liechtestein e Norvegia- impone la libera circolazione di capitalei, beni, servizi e persone. Il governo Odsson si lancia in un programma di vendita degli attivi dellostato e di deregolamentanzione del mercato del lavoro. La privatizzazione del settore finanziario comincia nel 1998, sotto la guida di Odsson e Halldór Asgrimsons , leader del Partito di centro (Pc), partner della coalizione allora al potere: la banca Landsbanki è assegnata ad alcuni dignitari del Pi, mentre la sua concorrente, Kaupthing, cade in mano al Pc. Più tardi, una banca privata nata dalla fusione di numerosi piccoli istituti, Glitnir, si colloca al terzo posto.

L’Islanda entra nel nuovo millennio sorretta dal vento di una finanza internazionale dopata da crediti a buon mercato. Sul piano nazionale, tre elementi risultano determinanti: un forte impegno politico a favore del settore; la fusione delle banche d’investimento con quelle commerciali, che permette alle prime di beneficiare delle garanzie che il governo offre alle seconde; e un debito sovrano ridotto, che qualifica gli istituti per l’indispensabile valutazione positiva da parte delle agenzie internazionali di rating. Forti di questo, gli azionisti di maggioranza di Landsbanki, Kaupthing, Glitnir e delle loro varie filiali capovolgono il tradizionale controllo della politica sulla finanza.

L’amministrazione Oddsson ammorbidisce ben presto la regolamentazione dei prestiti ipotecari garantiti dallo stato, autorizzando mutui che raggiungono il 90% del valore del bene. Le banche, appena privatizzate, si affannano a proporre condizioni ancora più «generose». L’imposta sul reddito e la tassa sul valore aggiunto (Iva) diminuiscono, in linea con la strategia che vuole fare dell’Islanda un centro finanziario internazionale benedetto dalla moderazione fiscale. Si avvia la dinamica della bolla speculativa.

Le nuove élite bancarie islandesi, impazienti di estendere la propria influenza sull’economia del paese, si fanno sotto. Servendosi delle proprie azioni come garanzia, si autorizzano a sottoscrivere pesanti prestiti presso i propri istituti per procedere al riacquisto di azioni… di quegli stessi istituti. Risultato: i corsi si impennano. La stessa operazione si estende talvolta ad altre banche. Così, gli azionisti della banca B chiedono un prestito alla banca A per riacquistare le azioni della propria società, prima di rendere il favore ai loro amici della banca A, che ripetono lo stesso copione. Così, la quotazione in Borsa delle due banche sale vertiginosamente, senza alcun rapporto con la loro attività reale.

Con questo ritmo, la piccola isola si guadagna presto l’ingresso nel club dei giganti della finanza. L’abbondanza di credito consente alla popolazione di festeggiare la fine dei decenni di razionamento del credito centellinato dalle reti politiche: finalmente, gli islandesi si sentono veramente «indipendenti». Il che forse spiega il loro considerarsi – all’epoca – «la popolazione più felice del mondo». I proprietari e i dirigenti delle banche si remunerano sempre più generosamente (una vera rapina all’interno degli stessi istituti bancari). E più sono ricchi, più godono del sostegno dei partiti politici – da loro finanziati. I jet privati che squassano il cielo di Reykjavik appaiono come la conferma sonora del successo, agli occhi di una popolazione che, dalla terraferma, oscilla tra invidia e ammirazione. Crescono le disuguaglianze di reddito e di beni posseduti, aggravate da politiche di governo che aumentano il carico fiscale sulla metà più povera della società. Riassumendo, «le iniziative liberiste di Oddsson sono il più formidabile successo mondiale », dichiara dalle colonne del Wall Street Journal uno dei più fervidi difensori islandesi dell’economia di mercato.

Ma, all’inizio del 2006, si affaccia la preoccupazione.  La stampa finanziaria si interroga sulla stabilità delle grandi banche, che mostrano qualche difficoltà a riscuotere fondi sul mercato monetario. Il deficit corrente dell’Islanda balza dal 5% del prodotto interno lordo nel 2003, al 20% nel 2006 – uno dei livelli più alti del mondo. La capitalizzazione borsistica raggiunge, nel 2007, cinque volte il livello del 2001. Landsbanki, Kaupthing e Glitnir operano già ben oltre la capacità della Banca centrale islandese di sostenerle, in quanto prestatrice di ultima istanza. Rischio tanto più concreto a fronte di debiti reali, e attivi dubbi.

Nel febbraio 2006, l’agenzia Fitch retrocede il rating islandese da «stabile» a «negativo»: inizia la «minicrisi». La corona cede bruscamente, al contrario del valore dei debiti delle banche che aumentano; la costante dei crediti espressi in valuta estera diventa rapidamente un problema «pubblico»; il mercato azionario crolla e i fallimenti si moltiplicano. È allora che la Danske Bank di Copenhagen descrive l’Islanda come un’«economia geyser» sul punto di esplodere.

I banchieri e i responsabili politici islandesi rispondono con aggressività alle critiche. La Banca centrale d’Islanda sottoscrive un mutuo per raddoppiare le sue riserve di divise estere, mentre la Camera di commercio – pilotata dai rappresentanti di Landsbanki, Kaupthing, Glitnir e delle varie filiali – risponde con una campagna stampa. L’economista americano Frederic Mishkin incassa 135.000 dollari per apporre la sua firma su un rapporto scritto quasi interamente da un economista islandese, dove si attesta la stabilità delle banche dell’isola. Richard Portes, della London Business School, si accontenta di 58.000 sterline per lo stesso tipo di expertise. Alla fine del 2007, Arthur Laffer, teorico dell’economia dell’offerta, rassicura: «L’Islanda dovrebbe rappresentare un modello per il mondo intero.» Il valore degli attivi delle banche in quel momento è circa otto volte il Pil.

Alle elezioni del maggio 2007, l’Alleanza socialdemocratica (Asd)  forma un governo di coalizione con il Pi, ancora dominante. I dirigenti dell’Asd, malgrado le perplessità di molti suoi aderenti, dimenticano le promesse preelettorali e manifestano un totale sostegno all’espansione del settore finanziario. Benché sopravvissute alla minicrisi del 2006, Landsbanki, Kaupthing e Glitnir faticano a trovare soldi freschi per finanziare nuove acquisizioni e rimborsare i debiti. Le banche approntano allora due metodi per superare le difficoltà. Il primo si chiama: Icesave, un’invenzione di Landsbanki. Si tratta di un servizio su internet destinato ad attirare depositi con l’offerta di tassi d’interesse più alti di quelli delle banche tradizionali.

Fondato nel Regno unito nell’ottobre 2006, e nei Paesi bassi diciotto mesi più tardi, Icesave, subito sostenuto da altri siti specializzati in finanza online, si trova in breve sommerso dai depositi. Arrivano decine di milioni di sterline. Tra i primi clienti, l’università di Cambridge, la polizia di Londra, o ancora l’Audit commission del Regno unito, che gestisce le finanze dei governi locali. Senza contare le centinaia di migliaia di privati (solo nel Regno unito sono trecentomila ad avere un conto Icesave).

continua…

Un popolo contro i banchieri (prima parte)


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Superata di slancio l’accidia- ma temo che mi si sia infilata qui da qualche parte e si rifaccia viva quando meno me l’aspetto, con certa gente non si è mai tranquilli- propongo, ai quei connazionali e non che si trovano ancora a passare di qui, la trascrizione di un articolo che mi pare interessante sulle scelte degli islandesi di fronte alla crisi, gravissima, che li ha colpiti. Lo trovo su Le Monde diplomatique, allegato questo mese al Manifesto.

Da diverso tempo non compro e non leggo quasi più i quotidiani (gli altri- mensili o settimanali- non li ho quasi mai letti) ma ogni tanto mi prende la voglia di sapere come la pensano quelli di via Bargoni ( ma non era via Tomacelli, una volta?) e allora li compro e li leggo, sempre con molto piacere, devo dire. Tutto il contrario di quello che mi capita le rare volte in cui sfoglio qualcos’altro, stile Repubblica, ad esempio, che proprio non riesco più neanche a guardare negli scialbi titoli. Almeno qui ci si diverte.
L’articolo di cui trascrivo qui la prima parte, forse meno visto che è lunghissimo, è a firma Robert Wade e Silla Sigurgeirsdóttir, che sono, il primo, professore di economia politica alla London School Economics, e la seconda professore incaricato di politiche pubbliche all’università d’Islanda. L’articolo, ci dicono, è una versione rivista e attualizzata di “Lessons from Iceland” apparso su New Left Rewiew, Londra, nel settembre- ottobre 2010, ma non per questo è meno attuale e interessante, anche per noi, visto quello che pare profilarsi all’orizzonte. E non solo per quello: anche perchè il caso islandese mi pare che apra- e lo penso da tempo- delle prospettive che faremmo bene a prendere in considerazione e che proponga riflessioni di natura politica ed economica su quanto in questi giorni sta emergendo con più vigore e più visibilità del solito, da più parti, in Europa.

Ma adesso cominciamo.

Quando il popolo islandese vota contro i banchieri

Isola piccola, problemi grandi. I cittadini devono pagare per la follia dei banchieri? Esiste ancora un’istituzione legata alla sovranità popolare capace di opporre la propria legittimità alla supremazia della finanza? Queste erano le domande poste dal referendum organizzato il 10 aprile 2011 in Islanda. Quel giorno, per la seconda volta, il governo interpellava la popolazione: accettate di rimborsare i depositi di privati britannici e olandesi alla banca privata Icesave? E, per la seconda volta, gli abitanti dellisola devastata dalla crisi iniziata nel 2008 rispondevano «no»: il 60% dei votanti contro il  93% della prima consultazione, nel marzo 2010.

L’esito dello scrutinio assume una particolare valenza nel momento in cui, su pressione degli speculatori della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), i governi del vecchio continente impongono politiche di austerità su cui non sono stati eletti. Il sistematico saccheggio del mondo occidentale da parte di istituzioni finanziarie svincolate da ogni controllo preoccupa persino i fautori della deregolamentazione. All’indomani del referendum islandese, l’editorialista del Financial Times, un giornalista decisamente liberista, si è rallegrato del fatto che fosse «possibile anteporre i cittadini alle banche». Un’ idea che trova ancora scarsa eco tra i dirigenti politici europei.

Se oggi l’Islanda fa scuola è perchè il paese offre un esempio chimicamente puro delle dinamiche che, negli anni ’90 e 2000, hanno permesso a interessi privati di imporre regolamentazioni pubbliche che hanno gonfiato la sfera finanziaria, l’hanno poi sganciata dal resto dell’economia e, alla fine, ne hanno provocato l’implosione.
Poco prima della crisi, nel 2007, le cose vanno ancora molto bene: il reddito medio islandese si atesta al quinto livello mondiale e supera del 60% quello degli Stati uniti. All’epoca i ristoranti di Reykjavik facevano sembrare quelli di Londra misere bettole. I negozi erano pieni di articoli di lusso ed enormi 4×4 ingombravano le strade. Un anno prima, uno studio internazionale aveva definito la popolazione dell’isola come la più felice del pianeta. Gran parte del suo benessere è dovuto alla crescita accellerata delle tre bache islandesi. Piccole società del settore pubblico fino al 1998, si piazzano in breve tra le trecento bacnhe più importanti del mondo, il loro attivo passa dal 100% del prodotto interno lordo nel 2000 a circa l’800% nel 2007- un livello superato solo dalla Svizzera.

La crisi economica scoppia alla fine del settembre 2008: dopo il fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers, i mercati monetari si bloccano. Vista l’incapacità di rimborsare i creditori, le tre grandi banche islandesi vengono nazionalizzate. Entrano allora in un palmarès meno glorioso: quello, pubblicato dall’agenzia di rating Moody’s , delle undici catastrofi finanziari più spettacolari della storia.
All’inizio del XX secolo, dopo circa seicento anni di tutela straniera, le strutture sociali islandesi continuano a essere le più feudali tra quelle dei paesi del nord. La pesca domina l’ecomia e genera il grosso delle entrate di divise estere, permettendo al commercio di svilupparsi grazie alle importazioni. Il che di rimando stimola nuove attività: costruzioni, servizi e industria leggera.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’economia entra in un periodo di crescita più sostenuta, grazie a una combinazione di fattori: aiuto legato al piano Marshall, a cui si aggiunge l’installazione di una base militare destinata ad accogliere l’esercito americano e l’Organzizzazione del trattato del Nord Atlantico; abbondanza di un bene di esportazione poco sensibile alle fluttuazioni del reddito dei consumatori, il pesce d’acqua fredda; popolazione poco numerosa, ben istruita e dotata di un forte senso di appartenenza nazionale.
Man mano che si arricchisce, l’Islanda getta le basi di uno stato previdenziale finanziato dalle tasse, inspirato al modello scandinavo. Negli anni ’80, il livello e la ripartizione del reddito disponibile raggiungono la media dei paesi nordici. Tuttavia, il peso dello stato continua a essere più pronunciato in Islanda di quanto non lo sia nei paesi vicini europei. Così come il clientelismo: l’oligarchia locale ingessa il paesaggio sia politico sia economico.
La moderna società capitalistica della seconda metà del XX secolo discende, attraverso un legame di filiazione diretta, dalle strutture quasi feudali del XIX secolo. Nei decoenni che seguono la seconda guerra mondiale, quattordici famiglie- un gruppo soprannominato “Piovra”- forniscono l’élite economica e politica del paese. Come i capi tribù di un tempo, controllano importazioni, trasporti, banche, assicurazioni, pesca e approvvigionamenti alla base Nato.
L’oligarchia regna anche sul Partito dell’Indipendenza (Pi, destra) che controlla i media. Avalla la nomina di alti funzionari dell’amministrazione, della polizia e dell’esercito. All’epoca, i partiti dominanti (Pi e il partito di centro, forte nelle zone rurali) gestiscono direttamente le banche pubbliche locali: impossibile ottenere un prestito senza passare per il sitema di potere locale. Intimidazione. adulazione e diffidenza tessono una rete potente impregnata di cultura maschilista, pronta a fare della pelosità una virtù universale.
Ma alla fine degli anni ’70 una fazione neoliberista sovverte dall’interno l’ordine tradizionale. E’ guidata dalla “Locomotiva”, dal nome di un giornale di cui si imadroniscono alcuni studenti di giurisprudenza ed economia. Il loro obiettivo: promuovere i precetti del libero scambio e crearsi possibilità di carriera senza attendere la benediazione della Piovra. Con la fine della guerra fredda, l’opposizione di sinistra non attira più: la Locomotiva si sviluppa. Darà al paese un primo ministro: David Oddsson (Pi)

continua…

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Imperdibile

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Lo sguardo dell’accidioso si posa ossessivamente sulla finestra e, con la fantasia, egli si finge l’immaginazione di uno che viene a visitarlo; a uno scricchiolio della porta balza in piedi; sente una voce, e corre ad affacciarsi alla finestra a guardare; e tuttavia non scende in strada, ma torna a sedersi dov’era, torpido e come allibito. Se legge, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno: si frega la faccia con le mani, distende le dita e, tolti gli occhi dal libro, li fissa sulla parete; di nuovo li rimette sul libro, va avanti per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge, e intanto si riempie la testa di calcoli oziosi, conta il numero delle pagine e i fogli dei quaderni; e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi, finchè da ultimo, richiude il libro e lo usa come cuscino per il suo capo, cadendo in un sonno breve e non profondo da cui lo desta un senso di privazione e di fame che deve saziare.

(Sancti Nili, De octo spiritibus malitiae)


Non appena questo demone comincia a ossessionare la mente di qualche sventurato, gli insinua dentro un orrore del luogo in cui si trova, un fastidio della propria cella e uno schifo dei fratelli che vivono con lui, che gli sembrano ora negligenti e grossolani. Lo fa diventare inerte a ogni attività che si svolge tra le pareti della sua cella, gli impedisce di restarvi in pace e di attendere alla sua lettura; ed ecco che il disgraziato incomincia a lagnarsi di non trarre alcun giovamento dalla vita conventuale, e sospira e geme che il suo spirito non produrra frutto alcuno finchè resterà dove si trova; querimoniosamente si proclama inetto a far fronte a qualsiasi compito dello spirito e si affligge di starsene svuotato e immobile sempre nello stesso punto, lui che avrebbe potuto essere utile agli altri e guidarli, e non ha invece concluso nulla né giovato a chicchessia. Si sprofonde in sperticati elogi di monasteri assenti e lontani ed evoca i luoghi dove potrebbe essere sano e felice; descrive cenobi soavi di fratelli e fragranti di conversazione spirituale; e all’opposto, tutto quello che ha a portata di mano gli sembra aspro e difficile, i suoi fratelli privi di  qualsiasi qualità e persino il cibo gli pare di non poterselo là procurare senza una grande fatica. Alla fine si convince che non potrà star bene finché non avrà abbandonato la sua cella e che , se vi restasse, vi troverebbe la morte. Poi, verso l’ora quinta o sesta, gli prende un languore del corpo e una rabbiosa fame di cibo, come fosse stremato da un lungo viaggio e da un duro lavoro, o avesse digiunato per due o tre giorni. Allora comincia a guardarsi intorno qua e là, entra ed esce più volte dalla cella e fissa gli occhi sul sole come se potesse rallentarne l’occaso; e alla fine gli cala sulla mente una dissennata confusione, simile alla caligine che avvolge la terra, e lo lascia inerte e come svuotato.(Joannis Cassiani, De institutis coenobiorum)

( citati in G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale)

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Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei. Per questo i contemporanei sono rari. E per questo essere contemporanei è, innanzitutto, una questione di coraggio: perchè significa essere capaci non solo di tenere fisso lo sguardo nel buio dell’epoca, ma anche di percepire in quel buio una luce che, diretta verso di noi, si allontana infinitamente da noi. Cioè ancora: essere puntuali a un appuntamento che si può solo mancare. Per questo il presente che la contemporaneità percepisce ha le vertebre rotte. Il nostro tempo, il presente non è, infatti, soltanto il più lontano: non può in ogni caso raggiungerci. La sua schiena è spezzata e noi ci teniamo esattamente nel punto della frattura.
«Accogliendo il paradigma che qui ci interessa, significherebbe dunque darsi gli strumenti per vedere apparire le lucciole nello spazio sovraesposto, feroce, troppo luminoso, della nostra storia presente.»
(la foto di María Carrazoni)

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