lontani dalla modernità

Così l’Italia azzoppò la scienza (di Armando Massarenti)
Immaginate di vivere in un paese in cui l’egemonia culturale è dettata dallo spirito di un uomo che non eccelle solo nel proprio ambito, la matematica, ma è dotato anche di una visione generale, storica, critica, dei diversi saperi scientifici; e che ama ricollocarli, nel loro continuo intrecciarsi e progredire, entro una visione unitaria del sapere. Un uomo che, senza disdegnare le discipline umanistiche, è ben consapevole di quanto la scienza abbia contribuito, e potrà in futuro contribuire, alla crescita dell’industria, dell’istruzione generale, del vivere civile.
Quest’uomo ha anche in mente, fin nei dettagli, un sistema educativo critico e costitutivamente aperto – proprio come i saperi che intende rafforzare e veicolare, e come il “metodo” che ha già portato a scoprire fondamentali leggi di natura – e vuole mettere tutto ciò al servizio di una scuola al passo coi tempi, che non sia concepita solo per una piccolissima élite, ma che sappia stimolare l’intelligenza e la creatività del più ampio numero possibile di persone.
Ora pensate invece a un paese in cui l’egemonia è dettata da una filosofia che considera la scienza, e persino la matematica, come una sorta di menomazione dell’intelletto, frutto di menti settoriali e limitate, soprattutto se confrontata con le vette altissime di un sapere le cui leggi universali sono attingibili a livello Metafisico da poche menti elette, le sole capaci di nutrirsi di arte, filosofia e letteratura, cioè degli ingredienti dell’unica cultura davvero degna di questo nome. E ora scegliete. In quale di questi due paesi preferireste essere nati?
Certo, direte, nessuno dei due esiste allo stato puro. Somigliano più a dei modelli archetipici che a descrizioni di mondi reali. Però, se avete scelto il secondo, spero vi sia almeno chiaro che, nelle sue linee generali, è proprio quello in cui state vivendo. Almeno da un secolo a questa parte, da quando a Bologna si consumò uno dei confronti culturali più drammatici della nostra storia. Il 6 aprile 1911 si tenne il congresso della Società filosofica italiana, fondata e presieduta dal grande matematico Federigo Enriques, un formidabile organizzatore culturale, autore di libri di storia della scienza, cofondatore della casa editrice Zanichelli (con cui pubblicò buona parte delle sue opere) e di riviste filosofiche e scientifiche. Enriques riteneva che una filosofia degna di una società moderna non potesse che essere pensata in stretta connessione con l’avanzare delle scienze. Sapeva di porsi così in aperto contrasto con l’emergente idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, con i quali cercò di ingaggiare un confronto civile, ma rimase sconcertato dalla violenza con cui questi condussero la disputa. Enriques aveva denunciato il loro atteggiamento nei confronti dei saperi scientifici proprio in quanto genericamente liquidatorio e, in definitiva, antifilosofico.
Quella degli idealisti non era la critica filosofica delle scienze, postpositivista, che egli auspicava, capace di entrare nel merito delle competenze di ambiti specifici e di contribuire alla loro crescita, ma un modo apodittico di negare il connubio tra scienza e filosofia, come se Leibniz e Cartesio non fossero stati insieme filosofi e scienziati, oltre che fondatori della filosofia moderna. Ma fu proprio quel tono sprezzante e liquidatorio a inasprirsi durante la disputa e a segnare la sconfitta di Enriques. Gli fu dato platealmente dell’incompetente. E non solo in campo filosofico. Fu invitato, in maniera insultante, a parlare solo della sua materia, cioè di matematica, un sapere non per veri filosofi ma per quegli «ingegni minuti» che sarebbero appunto gli scienziati. Ma il suo dilettantismo abbracciava anche la scienza. Come si poteva concepire una rivista – notò Gentile – «che discorra, in uno stesso fascicolo, dell’elettro-magnetismo dell’universo, della medianità, dei rapporti tra chimica e biologia, del bisogno di luce che hanno le piante, della coscienza, della scuola economica austriaca, delle principali leggi della sociologia, delle origini del celibato religioso, della riforma dell’insegnamento di matematica elementare eccetera»? «Secondo me, non può incoraggiare se non il dilettantismo scientifico, di cui non so quanto sia per giovarsi la scienza». Peccato che né Croce né Gentile potessero apprezzare il valore dei “dilettanti” che scrivevano su «Scientia», membri di quella comunità scientifico-filosofica internazionale che, grazie a intellettuali come Enriques, comprendeva anche il nostro giovane stato nazionale. Qualche nome? Mach, Poincaré, Carnap, Cassirer, Rutherford, Lorentz, Russell, Einstein.
La sconfitta di Enriques ha avuto conseguenze durature. Ha portato ad esempio alla costruzione del sistema educativo gentiliano. Che, beninteso, ha avuto i suoi indiscutibili pregi: il liceo, benché antiscientifico nello spirito, ha comunque contribuito a formare una classe dirigente che talvolta è riuscita a eccellere anche in ambiti scientifici. L’insegnamento della filosofia, scientifica o antiscientifica che sia, unito a una solida cultura classica, è comunque un’eccellente palestra del pensiero e una porta di accesso per un’ampia gamma di competenze. Ma oggi che anche i licei classici non sono più quelli di una volta, non sarebbe giusto pensare a una scuola più direttamente improntata ai saperi necessari alla società di oggi? Non potremmo, nel nome di Enriques, provare a proiettarci in un futuro diverso da quello che ci è toccato in sorte un secolo fa?

(Dall’inserto del Sole 24 ore di oggi, domenica 17 aprile 2011)

Un approfondimento su Federico Enriques qui.

Sul tema- che è quello che in fondo mi interessa- di una possibile riforma dei saperi, anche Morin, qui e qui.

Ma mi ha incuriosito anche venire a sapere che Enriques è stato cofondatore della Zanichelli. O che ci fu allora, nel 1911, uno scontro tra due correnti di pensiero all’interno della Società di filosofia, con Croce che definì Enriques “un professore di matematica che si diletta di filosofia”, dimenticando che nella storia della filosofia molti dei maggiori filosofi si dilettarono anche di matematica, e inaugurando quella separazione tra sapere scientifico e sapere umanistico di cui ancora oggi si pagano le conseguenze, almeno in questo paese. Detto da una che davanti a un’equazione delle più semplici non sa da che parte rifarsi e non sa dire a cosa serva la matematica (ma del resto, a volte, neanche a cosa serva tutto il resto, se fatto così, a essere sinceri).

Altro che insegnanti che inculcano.

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One thought on “lontani dalla modernità

  1. Vorrei segnalare il seguente intervento apparso ieri in argomento sul blog dirittoedemocrazia.wordpress.com

    L’ingombrante eredità di Benedetto Croce

    Proprio in questi giorni ricorre il centenario di quello che è considerato il grande scontro intellettuale nel mondo culturale italiano dell’epoca moderna: da una parte, Benedetto Croce e la cultura umanistica; dall’altra, Federigo Enriques e quella scientifica, matematica e fisica innanzitutto. L’esito fu nettamente a favore del primo, con il secondo che venne addirittura ridicolizzato. Croce riteneva che le menti profonde dovessero occuparsi soltanto di storia e di filosofia, non di scienze (ancor meno di aritmetica e geometria), adatte a ingegni minuti e interessanti solo se e in quanto di una qualche pratica utilità. Un punto di vista che ha attraversato tutta la storia italiana e che ancora oggi domina incontrastato, con le implicazioni e conseguenze, quasi sempre purtroppo negative, che sono sotto gli occhi di ognuno. Sistema scolastico essenzialmente tuttora “gentiliano” (in parte, per fortuna, mitigato dall’impegno personale, e molto contrastato, di alcuni docenti); mondo accademico scollegato dalla ricerca scientifica di base, che riceve solo pochi e rari investimenti pubblici; ambiente culturale refrattario e insofferente alle critiche e alle verifiche; un generale e diffuso “difetto di razionalità”, che permea la società intera e che si manifesta pericolosamente a tutti i livelli, individuali e collettivi, privati e pubblici, persino istituzionali e rappresentativi. Ma, ancor di più, oltrepassando continuamente il limite del ridicolo: statue delle madonne che piangono; persone che si rivolgono a maghi e fattucchiere per risolvere i loro problemi, anche gravi e di urgente soluzione; sette religiose ed esoteriche che proliferano senza limiti; filosofi (con la barba e senza) che discettano impunemente di dio, del tempo e dell’eternità, del fine ultimo del genere umano, senza alcuna cognizione (forse, senza alcuna cognizione addirittura dell’esistenza) della relatività generale, del teorema di incompletezza o di indecidibilità, di fisica dei quanti o del principio di indeterminatezza di Heisenberg. Fino a richiedere un parere sulla politica energetica nazionale, non all’esperto di fisica teorica, magari insignito del premio Nobel, ma al politico di turno, al calciatore famoso, alla prima vip che passa, ai nani e alle ballerine……Probabilmente, ha ragione Stephen Hawking a sostenere che la filosofia è morta, perché ha ormai perduto il suo indispensabile nesso culturale con la scienza. A maggior ragione in Italia: se è vero, come riteneva Galileo Galilei, che il grande libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica, allora sono veramente molti oggi gli italiani analfabeti, quasi del tutto incapaci di comprendere la realtà del mondo fisico, al di là di quella che a loro sembra essere secondo il comune buon senso. E, fra di essi, i tanti (presunti) intellettuali che non perdono occasione per definirsi, come se fosse un vanto, “negati per la matematica”.

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