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Archive for aprile 2011

riaffiorano, inossidabili nel tempo, tentazioni di buttare via, un bell’urlo e andate tutti e tutto vada e basta pensare e basta- poter togliere la corrente come la luce la notte che è tardi e vuoi dormire un po’, sì dai, vuoi dormire un po’, dico, poter non pensare a niente- perchè a volte sembra davvero che intorno la terra sia tutta bruciata d’un lampo, da tempo e non te ne sei mica accorta, ma che stavi facendo, non c’è più nessuno, che guardi?  come una lunga esplosione atomica  dove ti giri non c’è niente e nessuno c’è mai stato in realtà, essendo quelle che tu vedevi e con cui pensavi di parlare nei quotidiani giorni e anni solo parvenze. Ora te ne rendi conto, ora alla fine, lo vedi il deserto? lo vedi? e dove pensavi di andare, la terra promessa anche tu?

La tentazione è sedersi per terra, che tanto le dune sembrano tutte uguali e non pare che dietro a nessuna sia possibile trovare un’anima viva. Che arrivi uno scorpione e ti morda, infine. O come Budda l’illuminazione. Stare fermi, lasciare che le cose si depositino sopra e dentro di te, non agire sembra la migliore delle strade.

Non faccio altro che ascoltare musica, neanche brutta, lo sai? Penso che mi piacerebbe riuscire ad ascoltarla insieme a te e immagino una stanza, un giardino nell’ombra della sera, luci calde e tranquille. Una donna immaginativa, certo.

Lei dice una donna colta come lei. Sai che me ne faccio per vivere di essere una donna colta come me, se poi tutto questo rimane nella testa, se non ci vivo con questo? se non si impara dai libri come si vive? se avessi comprato più giacche, dici, e meno libri, che donna sarei adesso? dove sarei? sarei più felice, dici ?

Chissà quanti giorni potrei passare così se mi ci mettessi d’impegno, chissà se poi mi capiterebbe come quel piccione di anna che è rimasto chiuso lì dentro stecchito. Magari dimagrirei un po’, che dici?

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Fior di giaggiolo è fior di tenerezza
fior di lillà è fior di cortesia
il ranuncolo è il fiore del sospiro
il ciclamino è il bacio
e la violetta una carezza lieve
la dalia è l’ossessione
e il gelsomin l’insonnia
il fior dell’abbandono è la camelia
quello del melo la malinconia
il croco bucaneve è come il sogno
la margherita è il dubbio
l’anemone è il fior della pazzia
ed il giacinto quello del dolore
fiore di loto è il fiore dell’oblio
la passiflora ha la passion nel nome
la bougainville è il fiore del ricordo

il rododendro il fior di gelosia
l’ambiguità è la calla
e il desiderio l’iris
e l’orchidea il piacere
il tarassaco è il fiore del rimpianto
come il geranio è quello dell’attesa
dell’amarezza il fiore è la genziana
di vanità il narciso
nontiscordardime è il fior dell’ansia
il fiore del capriccio è la petunia
e quel di devozione il girasole
il tulipano è il fiore del possesso
fior di dolcezza è il bottoncino d’oro
l’adorazione è il giglio
trepidazion la fresia
la stella alpina è il fiore del mistero

fior di magnolia è fior di consunzione
fiore di pesco è fiore di speranza
il fior della ginestra è la poesia
e quello della morte il crisantemo
ma quello dell’averno è l’asfodelo
fiore di cactus è fiore d’eroismo
fior d’oleandro è fior di malattia
il gladiolo è fior dell’astinenza
e quello del languore la bignonia
la viola del pensiero è fior fastanticante
la viola mammola è fior di timidezza
la violaciocca è fior di frenesia
ma per lo struggimento è la peonia
come il garofano per il turbamento
l’erica è il fiore degli highlanders

fiore d’incantagione è la ninfea
fior di ciliegio fiore dell’affetto
fior di nasturzio fiore dell’affanno
fior d’amaranto fiore foscoliano
fiore d’arancio fiore di sponsali
e la gardenia è la galanteria
e il glicine è l’angoscia
e la begonia il pianto
l’olea fragrans ha i fiori dell’ipnosi
ma il delirio è tutto dell’ortensia
il mandorlo ha il fior della promessa
la bocca di leone è l’ardimento
la primula il presagio
la clematide è il fiore dell’addio
e la campanula il fior degli umiliati
più bello della gerbera, che è orgoglio

l’aconito è dei lupi
dei gatti nipitella
la tamerice è amica dei gabbiani
ma la sassífraga vuole solo il falco
il fiore del tormento è il biancospino
il fiordaliso è un pegno
e la lavanda inganno
fiore d’ibisco è il fiore del sorriso
fior di gaggía è il fiore dell’abbraccio
il capelvenere è il fior degli annegati
e con il tradimento sta l’euforbia
assegnata alle donne è la mimosa
ma il colore dei vezzi è della fucsia
il fiore del sonno è lo stramonio
l’arnica è la bugia pietosa
e la credulità il mughetto

la tuberosa è fior di stordimento
la commozione sta nella pervinca
nell’azalea il sospetto
fior di mortella è fiore di perdono
fior di verbena è fiore di malizia
e le schermaglie sono del corimbo
e i finti crucci della zinnia
ma la vaniglia è l’estasi
e la melissa il palpito
il calicanto è fior d’esitazione
la portulaca è fior d’appartenenza
ma il plagio è dell’acacia
il fior dei disperati è la centaurea

e la cicuta quello dei suicidi
ma gli assassini scelgono il giusquiamo
l’aster è il fiore dell’amor volgare
il fiore del silenzio è l’aquilegia
la cineraria degli amor perduti
il dittamo degli amori proibiti
l’adonide degli amor fatali
l’elleboro di quelli inconfessati
il caprifoglio è il fior della tenacia
fior di morbosità è la digitale
e l’achillea non è di questo mondo
fior di sambuco è il fior dello stupore
fior di viburno il fiore dell’incanto
e la giunchiglia la sottomissione
il fiore della supplica è il ligustro
e il citiso quello dell’assenso

il fascino è il lentisco
la dulcamara la precarietà
il fior della lusinga è l’ipomea
la piantaggine è fior di fedeltà
il fiore della fuga è nell’issopo
la calendula è il fiore dell’omaggio
fior di mentuccia è fior di seduzione
il fior delle chimere è la nepente
il fior più triste è dell’ippocastano
e il nenúfaro è amore e morte insieme

Di tutti i fiori la rosa è la regina
che è il fiore dell’amore
ma il fiore mio più bello
il fior della mia vita
il fior che non sfiorisce
è il fiore che non sfioro

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 Dunque se ‘amore’ viene prima di ‘amicizia’, difficile immaginare amicizia dopo amore, trattandosi non tanto della semplice sottrazione quanto della somma di due atti mancati. E chi offre amicizia è il vincitore, il disamorato per intenderci, che ancora vuole avvicincere l’altro a sè, per piacere o potere o bisogno; chi accetta è il vinto (discacciato dal reame e tuttavia avvinto) che dallo stato di fragilità in cui l’ha scaraventato l’amante, è incapace di reggere la lotta con Eros – il grande demone del Simposio platonico, secondo Diotima- che lo spolpa e lo riduce ossa e capelli.
E così, per non dannarsi, accetta il patto, si contenta di conservare la radice  AM che prima era in ‘amore’, non rifiuta il surrogato, non altera l’immagine dell’amato, e si sottrare all’impeto di morte fallimento e rovina…

(in Peccati d’amicizia, Jolanda Insana,Postfazione)

perchè c’è chi dice che in amore è fortunato l’amante, non l’amato

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sappiamo tutto e non vogliamo saperlo.

Un giorno sì e un giorno no. Oggi è il giorno sì.

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Chissà cosa significano-mi chiedo-quelle strane lamine di ghiaccio (o orecchie d’asino? o veli? ) che si alzano indietro dalla testa della donna? E a cosa stanno giocando i due, backgammon? e il gesto di lui, uno schiaffo perchè lei non sa giocare bene (da qui le orecchie,s’intende) ? una carezza di consolazione? e lei, con la mano e con lo sguardo, cosa gli fa notare, ehi, carino, non è vero che hai vinto, continua a giocare, sbruffone ?

l’immagine l’ho presa  qui, comunque (ma poi il link è scomparso subito, mistero della rete)

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La seconda parte, in particolare, è molto bella.

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Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo
Cambia el clima con los años
cambia el pastor su rebaño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Cambia el mas fino brillante
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no extraño
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia el sol en su carrera
cuando la noche subsiste
cambia la planta y se viste
de verde en la primavera
Cambia el pelaje la fiera
Cambia el cabello el anciano
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño


e il film di Moretti, per me molto bello

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oooh, armadietto!

le ore che abbiamo passato dal tavolo all’armadio, e dall’armadio al divano senza trovare un’uscita, e le volte che siamo andati a sbattere contro l’armadietto e gli abbiamo detto Oooh, armadietto!, queste son cose che di solito noi non raccontiamo, della nostra vita, se ci chiama qualcuno ci chiede Cos’hai fatto oggi? non è che gli diciamo Sono andato a sbattere contro l’armadietto gli ho detto Ooh, armadietto, stai un po’ attento, ecco secondo me Charms, uno dei grandi meriti di Daniil Charms è stato nell’aver detto, anche in letteratura, che quelle cose lì ci sono anche loro, che noi di solito tendiamo a far finta che non ci siano, scusatemi se dico queste cose ma ci tenevo.

( Paolo Nori, citato qui da qui e se ne parla anche qui. Che a me, ogni volta che incontro quelli che si parlano un po’ addosso, quelli un po’ logorroici, che siete seduti al tavolino di un bar sotto i portici e questa persona parla e parla e gesticola e tu la stai ad ascoltare e poi guardi un po’ lontano e ti distrai ma poi ritorni e la persona è sempre lì che parla e parla e gesticola e non si accorge neanche che tu ti sei distratta un attimo, a me, ogni volta che incontro una persona capace di scrivere così mi viene allegria.

Perchè io, invece, sono un po’ silenziosa, non so se si capiva. Poi magari dopo un po’ mi annoio, perchè son fatta anche così, mi alzo, ciao, devo andare, ci vediamo.)

Però poi succede, delle volte, ci son dei momenti che il mondo è diverso. Che non so, un po’ di tempo fa, una notte, io e una mia amica dovevamo tornare in macchina da Piacenza e per non dormire, sull’autostrada, c’eravamo messi a cantare. Uno non ci pensa, ma si può cantare forte, in una macchina, sull’autostrada tra Piacenza e Bologna, di notte, non si dà fastidio a nessuno. E delle volte si cantano di quelle canzoni che l’aria, dentro la macchina, la musica, anche solo la voce, delle volte, ha come delle proprietà che l’aria, dentro la macchina, diventa più aria, non so se mi spiego, come se avesse più senso, non so se mi spiego. (Paolo Nori)

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Così l’Italia azzoppò la scienza (di Armando Massarenti)
Immaginate di vivere in un paese in cui l’egemonia culturale è dettata dallo spirito di un uomo che non eccelle solo nel proprio ambito, la matematica, ma è dotato anche di una visione generale, storica, critica, dei diversi saperi scientifici; e che ama ricollocarli, nel loro continuo intrecciarsi e progredire, entro una visione unitaria del sapere. Un uomo che, senza disdegnare le discipline umanistiche, è ben consapevole di quanto la scienza abbia contribuito, e potrà in futuro contribuire, alla crescita dell’industria, dell’istruzione generale, del vivere civile.
Quest’uomo ha anche in mente, fin nei dettagli, un sistema educativo critico e costitutivamente aperto – proprio come i saperi che intende rafforzare e veicolare, e come il “metodo” che ha già portato a scoprire fondamentali leggi di natura – e vuole mettere tutto ciò al servizio di una scuola al passo coi tempi, che non sia concepita solo per una piccolissima élite, ma che sappia stimolare l’intelligenza e la creatività del più ampio numero possibile di persone.
Ora pensate invece a un paese in cui l’egemonia è dettata da una filosofia che considera la scienza, e persino la matematica, come una sorta di menomazione dell’intelletto, frutto di menti settoriali e limitate, soprattutto se confrontata con le vette altissime di un sapere le cui leggi universali sono attingibili a livello Metafisico da poche menti elette, le sole capaci di nutrirsi di arte, filosofia e letteratura, cioè degli ingredienti dell’unica cultura davvero degna di questo nome. E ora scegliete. In quale di questi due paesi preferireste essere nati?
Certo, direte, nessuno dei due esiste allo stato puro. Somigliano più a dei modelli archetipici che a descrizioni di mondi reali. Però, se avete scelto il secondo, spero vi sia almeno chiaro che, nelle sue linee generali, è proprio quello in cui state vivendo. Almeno da un secolo a questa parte, da quando a Bologna si consumò uno dei confronti culturali più drammatici della nostra storia. Il 6 aprile 1911 si tenne il congresso della Società filosofica italiana, fondata e presieduta dal grande matematico Federigo Enriques, un formidabile organizzatore culturale, autore di libri di storia della scienza, cofondatore della casa editrice Zanichelli (con cui pubblicò buona parte delle sue opere) e di riviste filosofiche e scientifiche. Enriques riteneva che una filosofia degna di una società moderna non potesse che essere pensata in stretta connessione con l’avanzare delle scienze. Sapeva di porsi così in aperto contrasto con l’emergente idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, con i quali cercò di ingaggiare un confronto civile, ma rimase sconcertato dalla violenza con cui questi condussero la disputa. Enriques aveva denunciato il loro atteggiamento nei confronti dei saperi scientifici proprio in quanto genericamente liquidatorio e, in definitiva, antifilosofico.
Quella degli idealisti non era la critica filosofica delle scienze, postpositivista, che egli auspicava, capace di entrare nel merito delle competenze di ambiti specifici e di contribuire alla loro crescita, ma un modo apodittico di negare il connubio tra scienza e filosofia, come se Leibniz e Cartesio non fossero stati insieme filosofi e scienziati, oltre che fondatori della filosofia moderna. Ma fu proprio quel tono sprezzante e liquidatorio a inasprirsi durante la disputa e a segnare la sconfitta di Enriques. Gli fu dato platealmente dell’incompetente. E non solo in campo filosofico. Fu invitato, in maniera insultante, a parlare solo della sua materia, cioè di matematica, un sapere non per veri filosofi ma per quegli «ingegni minuti» che sarebbero appunto gli scienziati. Ma il suo dilettantismo abbracciava anche la scienza. Come si poteva concepire una rivista – notò Gentile – «che discorra, in uno stesso fascicolo, dell’elettro-magnetismo dell’universo, della medianità, dei rapporti tra chimica e biologia, del bisogno di luce che hanno le piante, della coscienza, della scuola economica austriaca, delle principali leggi della sociologia, delle origini del celibato religioso, della riforma dell’insegnamento di matematica elementare eccetera»? «Secondo me, non può incoraggiare se non il dilettantismo scientifico, di cui non so quanto sia per giovarsi la scienza». Peccato che né Croce né Gentile potessero apprezzare il valore dei “dilettanti” che scrivevano su «Scientia», membri di quella comunità scientifico-filosofica internazionale che, grazie a intellettuali come Enriques, comprendeva anche il nostro giovane stato nazionale. Qualche nome? Mach, Poincaré, Carnap, Cassirer, Rutherford, Lorentz, Russell, Einstein.
La sconfitta di Enriques ha avuto conseguenze durature. Ha portato ad esempio alla costruzione del sistema educativo gentiliano. Che, beninteso, ha avuto i suoi indiscutibili pregi: il liceo, benché antiscientifico nello spirito, ha comunque contribuito a formare una classe dirigente che talvolta è riuscita a eccellere anche in ambiti scientifici. L’insegnamento della filosofia, scientifica o antiscientifica che sia, unito a una solida cultura classica, è comunque un’eccellente palestra del pensiero e una porta di accesso per un’ampia gamma di competenze. Ma oggi che anche i licei classici non sono più quelli di una volta, non sarebbe giusto pensare a una scuola più direttamente improntata ai saperi necessari alla società di oggi? Non potremmo, nel nome di Enriques, provare a proiettarci in un futuro diverso da quello che ci è toccato in sorte un secolo fa?

(Dall’inserto del Sole 24 ore di oggi, domenica 17 aprile 2011)

Un approfondimento su Federico Enriques qui.

Sul tema- che è quello che in fondo mi interessa- di una possibile riforma dei saperi, anche Morin, qui e qui.

Ma mi ha incuriosito anche venire a sapere che Enriques è stato cofondatore della Zanichelli. O che ci fu allora, nel 1911, uno scontro tra due correnti di pensiero all’interno della Società di filosofia, con Croce che definì Enriques “un professore di matematica che si diletta di filosofia”, dimenticando che nella storia della filosofia molti dei maggiori filosofi si dilettarono anche di matematica, e inaugurando quella separazione tra sapere scientifico e sapere umanistico di cui ancora oggi si pagano le conseguenze, almeno in questo paese. Detto da una che davanti a un’equazione delle più semplici non sa da che parte rifarsi e non sa dire a cosa serva la matematica (ma del resto, a volte, neanche a cosa serva tutto il resto, se fatto così, a essere sinceri).

Altro che insegnanti che inculcano.

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