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Archive for febbraio 2011

annie girardot

Ci sono persone che non conosco la cui morte mi dà dispiacere. Evidentemente per un’eco particolare che certi loro gesti sguardi hanno fatto risuonare.

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la scuola pubblica

Rileggiamo questo, allora.

Piero Calamandrei – discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime… Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

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grandi vecchie

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poeti

15
con la fine degli umani i grattacieli
si copriranno improvvisamente di licheni spumosi
gli asfalti inizieranno fioriture
che richiameranno gli insetti più luminosi
nessun gatto
rischierà di venire castrato
e nell’universo rimarrà lo splendente ricordo
di essersi visto con l’occhio umano

285
il miracolo è essere vivi
come le meravigliose bolle di sapone
un istante prima di sparire
è l’estrema provvisorietà della nostra vita
che da carattere sacro alla nostra esistenza

****

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità

 

 

su Nazione Indiana

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continua….

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Poi ci sono questi pomeriggi che non è inverno e non è primavera ancora, la luce se ne va via più tardi, le giornate si allungano, hai più tempo per pensare o anche per niente fare.

In questi pomeriggi percepisco la solitudine. Non è una sensazione negativa, è come la presa di coscienza di me stessa. E’ la capacità- di certo temporanea, frammentaria, destinata a non durare, a perdersi per poi forse ritrovarla di nuovo- di sentire il proprio essere e di provare adesso verso se stessi quasi una nostalgia che di solito riguarda le cose passate. E’ la percezione di quello che ho vissuto per essere quella che sono adesso, un vissuto che però non appartiene al passato, ma mi appare come il  frutto di una volontà di immaginazione coltivata nel presente o in una lontananza vicina nel tempo.
Allora ho letto Tondelli, perchè sento la sua voce vicina alla mia in questi momenti. La voce  di Tondelli mia, quella che io gli ho dato.  La voce di un eterno ragazzo invecchiato, come un animale morente. La stessa voce che, per altri versi, si può ritrovare in Coccioli, ad esempio, anche se Tondelli è morto troppo giovane per averne i toni maturi e più stanchi.

Un essere dolente, con se stesso e con gli altri, ma anche vitale, pieno di passioni e di energia amorosa. Uno che osserva in silenzio se stesso, provandone tenerezza. Un Narciso, forse, che però non se ne vanta con gli altri, che è capace anche di amare al di fuori di sé.

Scrive a un’amica: “Abbiamo, mia cara, grandi similitudini che ci attaccano l’uno all’altra. Forse grandi nevrosi, grandi richieste da fare al mondo, a chi amiamo, a chi vogliamo bene. Abbiamo un’infinità di desideri, di voglie, di slanci, di entusiasmi. Abbiamo una sofferenza in comune che è quella per cui né tu né io amiamo la vita e la guardiamo come una cosa estranea ai nostri percorsi e che non ci interessa più di tanto; benché questa stessa dolorosa sensibilità sia, paradossalmente, la radice di un nostro tutto particolare attaccamento al mondo.”

Credo che sia questa sensibilità dolorosa la qualità che mi attrae in questo scrittore e che contemporaneamente mi respinge come se avessi paura di rimanere invischiata in un sentimentalismo che mi pare possa adattarsi  quasi esclusivamente all’anima di un adolescente.  Anche se avverto in quel suo sguardo una capacità di introspezione e di osservazione distaccata e partecipe insieme che vorrei possedere ancora o più spesso, come se fosse l’unico modo per guardare il mondo, almeno in pomeriggi come questo. E come se il mondo fosse solo la superficie delle cose, come se esistesse al di là del quotidiano, una realtà più profonda che solo in certe particolari occasioni ci è dato di cogliere appena. Una vena spirituale, senza dubbio, presente fortemente in questo scrittore, che certo fa a cozzi con la mancanza di spiritualità  dei giorni nostri e che fa sentire antiquati anche in se stessi questi pensieri. Una spiritualità che non si sa bene se vada coltivata o definitivamente abbandonata, che corrisponde- grosso modo- ad un bisogno di profondità, ma che si ha paura possa assumere intonazioni eccessive e che certo in questi giorni contrasta fortemente con tutto quello che stiamo vivendo. Tanto che non si capisce davvero a cosa potrebbe servire fare proprio un atteggiamento del genere quando intorno il mondo che continuamo a chiamare reale brucia o marcisce o- nel peggiore dei casi- resta immobile nel suo squallore. Ci piacerebbe- forse- immaginarci  vecchi pacificati, che le tempeste fossero passate e altre non se ne intravedessero all’orizzonte alla fine sereno- non il nostro personale orizzonte, quello che ci ostiniamo a chiamare collettivo e che ha a che fare con il futuro di chi verrà e abiterà.

Vecchi sereni come questo, di cui parla in un altro suo libro Tondelli:

Abito in una valle sotto Grasse, in una piccola valle circondata da cipressi. Dietro di me si alzano le colline, con le loro case appollaiate sotto il sole. Sotto di me scorre l’acqua verde e fredda del canale della Siagne. Ogni mattina guardo la rugiada sugli ulivi e mi domando quale nuova emozione può riservarmi la giornata; e ogni sera guardo le stelle e mi domando se la notte porterà un temporale. […] Il mio viaggio è alla fine. Mi dico che invecchiare è un piacere ineguagliabile. Mi stendo sull’amaca, odo il brusio lontano di una falciatrice meccanica, e intanto sfoglio lentamente Il giro del mondo in ottanta giorni. Odo lo stridere delle cicale e l’abbaiare dei cani. Poi vado a sedermi vicino alla finestra, bevo una tazza di caffè e riprendo a scrivere- la mia lotta senza fine per creare un capolavoro. Poso la penna e ascolto un disco di Mozart. Infine vado a letto e ascolto i grilli e gli usignoli. Non ho più paura della solitudine, della sofferenza o della morte. Vedo i volti meravigliosi del passato che si affollano intorno a me e odo una volta di più il mormorare di voci nella notte. (Frederic Prokosch, Voci)

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Pessoa è una concrezione, una di quelle creature che sembrano unte dal destino a sommare in sé pene che non appartengono loro. “Morse transmitindo o ñao do sim”  morse che trasmette il no del sì, come dice il verso di una poesia che gli ha dedicato Murilo Mendes, il “negativo di Pessoa consiste forse in questo : nel rifuggire il segno che si afferma, nel ripudiare la prevalenza. Perchè egli ha capito che in ogni sì, anche nel più pieno e nel più rotondo,c’è un minuscolo no, un corpuscolo portatore di un segno contrario che gira in un’orbita oscura a creare proprio quel che prevale. E ha deciso di indagare l’orbita oscura, come un bizzarro scienziato che esplora il lato patologico della salute. Nel suo non voler assolutamente insegnare niente, questo “solenne investigatore delle cose futili”, come egli dice di se stesso, sarà un avvertimento o un’intimidazione, un cenno amico o una risatina nel buio?

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Fino a un certo momento sembra di andare avanti, nella vita,  che ogni esperienza determini uno spostamento, uno scarto. In realtà forse stiamo solo girando in tondo, come quei personaggi delle fiabe che smarritisi nel bosco, di notte, credendo di andare avanti, non si accorgono di camminare sempre intorno allo stesso albero. Sembra che il paesaggio sia cambiato: in realtà è solo la luce che cambia e lo rende diverso, solo l’inclinazione del sole, la presenza delle nuvole o del vento. Sotto la crosta che ricopre la pelle siamo sempre gli stessi, vecchie tartarughe lente centenarie.
Oppure non è vero, forse il nostro girare è una lenta spirale che ci porta sempre più vicino al punto in cui troveremo chi siamo davvero, lenti cerchi via via più piccoli, il disegno della nostra vita che solo il mattino dopo si potrà vedere. L’importante è continuare a camminare, mi dico, non credere di essere arrivati, credere sempre nella possibilità di cambiamento, in qualsiasi età della vita, anche quando sarebbe più facile mettersi a sedere nella prima panchina che trovi per strada.

Ho avuto anche grandi ambizioni e sogni turgidi- ma i sogni li hanno avuti anche il garzone e la sartina, perchè tutti sognano. Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi.

Ma anche camminare a volte non è sufficiente.

Ogni viaggiatore ha una meta, fosse anche quella di fare il giro del mondo e di visitare tutte le terre emerse e sommerse. Per cui -oggi- mi sembra quasi infantile l’idea che basti andare per vivere e vedo chiaramente sullo sfondo un’idea diversa, che sia necessario conoscersi. O forse- ancora- ci conosciamo già bene e allora è necessario fare spazio a questa ombra velata che siamo.

Una volta ho sognato la Grande Madre Nera e bambini che si arrampicavano su di lei, gigantesca, oscura, misteriosa.

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La foto viene da qui

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«Mentre sgranocchia biscotti Chips Ahoy! e fissa intensamente un evento dell’Associazione golf professionale alla televisione, ad esempio , l’adolescente che fuma viene colpito dalla spaventosa possibilità che, per es., quello che vede come il colore verde e quello che altre persone chiamano “il colore verde” forse in realtà non sono affatto le stesse esperienze di colore: che tanto lui quanto un’altra persona chiamino verde i prati dei campi da golf e il segnale di via libera di un semaforo sembra garantire solo che c’è una costanza analoga nella loro esperienza del colore dei campi da golf e luci del via libera, ma non che l’autentica qualità soggettiva di quelle esperienze di colore sia la medesima; […] finché l’intero ragionamento diventa così complesso e sfiancante che l’a.f.d.e. finisce per accasciarsi, ricoperto di briciole e paralizzato, sulla poltrona»

da un lungo articolo su David Foster Wallace, qui

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