costanti

E la gente non se lo sogna neppure che chi finisce una cosa non è mai quello che l’ha cominciata, anche se entrambi hanno un nome uguale, che è solo questo a mantenersi costante, nient’altro.

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6 Replies to “costanti”

  1. Lo sto leggendo ora, vediamo come va. E’ bello, pensoso. Scritto benissimo, con personaggi che ti sembra di avere davanti agli occhi da quanto sono vivi.

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  2. guarda Marías. Scrive “aunque el que habla no sea el mismo que estuvo allí. Lo parece pero no es el mismo. Si a mí mismo me llamo yo, o si utilizo un nombre que me ha venido acompañando desde que nací y por el que algunos me recordarán, […] es solo porque prefiero hablar en primera persona, y no porque crea que basta la facultad de la memoria para que alguien siga siendo el mismo en diferentes tiempos y en diferentes espacios. El que aquí cuenta lo que vio y le ocurrió no es aquel que lo vio y al que le ocurrió, ni tampoco su prolongación, ni su sombra, ni su heredero, ni su usurpador.

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  3. Bello: se mi chiamo io…. è perchè preferisco parlare in prima persona e non perchè credo che basti la memoria perchè uno sia sempre lo stesso nello spazio e nel tempo. Tu dici che è una cosa che pensiamo tutti, forse. Non so se sia così davvero. Penso però che sia difficile, nei fatti, abbandonare l’idea di essere sempre se stessi. Voglio dire che possiamo ammettere di cambiare, anzi spesso il cambiamento, la capacità di evolversi nello spazio e nel tempo è considerata un valore positivo e auspicabile. Ma non si rinuncia a essere io. Ci sembrerebbe di perdere il filo della nostra storia che comunque cerchiamo sempre, mi pare. Voglio dire: cosa cambierebbe in noi se davvero accettassimo l’idea di non essere mai io?

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  4. guarda che quel’io è un io narrativo. E che io non ho detto niente, meno che questo lo pensino tutti, ho messo un pezzo di Marías 🙂 Non penso dica che non siamo mai io, se non che col passo del tempo cambiamo fino al punto che quello che parla ora e racconta di un tempo andato non è più quello che è stato a quel tempo lì e quello al cui gli sono accadute le vicende che sta per narrare ma nemmeno è, dice, la sua ombra, il suo erede, il suo usurpatore o la sua prolungazione. E il filo che dici tu, penso solo possa essere un filo immaginario, inventato, un tentativo di trovare senso fra pezzi spesso sciolti o rotti o carenti di senso, e se la memoria non serve è perché quello che ricorda è l’uomo attuale che già non è quello che già passò, se non un altro, uno differente, tra-passato dalle cose vissutte. Che è credo quello che dice anche Saramago.

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  5. Paul Auster: C’era una volta il bimbo di nome Daniel, dice A. a suo figlio che si chiama Daniel, e queste storie, in cui l’eroe è il bambino stesso, sono forse quelle che lui preferisce. Allo stesso modo, A. comprende che, mentre seduto in quella stanza scrive Il libro della memoria, sta parlando di sé, come se fosse un altro per raccontare la propria storia. Deve assentarsi, per essere presente. E così dice “A”., anche se intende “Io”. Perché la storia della memoria è una storia di sguardo; e rimane una storia di sguardo anche se le cose che si devono vedere non ci sono più. Per questo la voce prosegue. E anche quando il bambino chiude gli occhi e si addormenta, la voce di suo padre non cessa di parlare nell’oscurità.

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