è nell’assenza dell’altro

E’ nell’assenza dell’altro- a quanto pare- che le cose si capiscono o almeno, con una certa approssimazione, che le cose si fanno più nitide?

Oppure è quando l’altro si nega, per motivi che solo abbiamo la possibilità di intravedere, senza neanche sapere se siano realmente quelli, che possiamo intuire quello che davvero vogliamo, messi a confronto solo con noi stessi per attimi che presto svaniscono, se non altro per l’angoscia che l’assenza provoca e che ci porta quindi ad allontanarli il più rapidamente possibile dalla mente ?

Ma anche questa parola, davvero, già ci sembra lontana. Perchè subito la nostra attenzione è rivolta alla traduzione del silenzio e allora ci pare che, attraverso questa operazione, trasportare un gesto che non c’è nel pensiero attraverso le parole, come se un’operazione di questo tipo avesse un senso,  si arrivi a quello che non vorremmo mai sapere e che il silenzio ci metta davanti alla realtà temuta che vogliamo con forza negare. Quella che ci farebbe alla fine dire ecco, avevo ragione, era così, lo vedi che non mi sbagliavo?

E’ nel prolungarsi di questo silenzio, nell’altro che non vuole rispondere, questa è in fondo  la sola possibile spiegazione  che ci pare reale, nell’altro che ci parla attraverso la sua continuata assenza che tentiamo comunque in ogni modo di giustificare- sarà a fare la spesa, dorme, sta parlando con altri, lavora, il telefono improvvisamente si è guastato, è solo un poco arrabbiato  (accettiamo anche questo, se solo riusciamo a convincerci che si tratta di un momento) – pur sapendo che questo è un gesto che si dice da solo, è in questo prolungarsi che ci sembra sempre troppo, che ci sentiamo risucchiati con lentezza in uno stato d’animo freddo e buio e umido e scivoloso come una parete lungo la quale ci pare non riusciremo mai a risalire. Annaspiamo e pare che ci manchi l’aria.

Quanto ci sembriamo allora diversi da quello che crediamo di essere e come ci chiediamo con un piccolo forzato sorriso di incoraggiamento dove siamo andati alla fine, dove ci ritroveremo ancora.

Che l’altro riprenda in qualche modo a parlare, che dall’etere ci arrivino stente le sue nuove parole, non ci è per il momento di alcuna consolazione. Perchè  le sue parole ci sembrano solo malcelata pietà nei nostri confronti.  Siamo vinti, stamani. La parete, in fondo, ci nasconde alla vista che ci potrebbe, immaginiamo, pietrificare per sempre.

Liberarci di queste parole: per sempre, davvero.

Altri, ovviamente, di questo hanno già parlato.

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