una risposta

No, certo che no,che non basta pubblicare per essere intellettuali, sennò anche i libri di cucina. Ma è anche vero che ci dovrò essere pure qualcuno che prova a dire qualcosa, prova a definire se stesso e quello che scrive, perchè il contrario è il silenzio, come accade adesso, più o meno. Così come ci dovrà pur essere qualcuno che prova a raccontare l’oggi, quello che accade ora, qui, in questo e in altri paesi.
Ora a me sembra che in paesi come ad esempio gli Stati Uniti, questa sia una tendenza consolidata, mentre qui da noi il vizio di certa narrativa è di raccontare storie che col presente che stiamo vivendo hanno ben poco a che fare. Penso ad esempio a tutta una serie di libri sul meridione, che a me sembrano legati a un’idea gattopardesca del sud, immobile, con le donne che fanno sempre le maghe o stanno in cucina a preparare dolci. Memorialistica, anche, memorialistica della famiglia ma pur sempre tale. Può darsi che sia così, ma credo ci sia anche altro, al sud. E anche al Nord, credo ci sia molto altro. Oppure penso ai libri di Fabio Volo, che vendono così tanto, che sono facili da leggere, divertenti: forse rispecchiano la situazione dei trentenni italiani di oggi? della maggioranza dei trentenni? dei cococo?
In pochi, davvero, raccontano quello che ci sta succedendo e sono sempre autori di nicchia, che entrano nelle scuole soprattutto con enorme difficoltà, molti di loro perchè adottano una scrittura che è fuori dalle “norme”.
Adesso tu verrai a dirmi che quello che è stato pubblicato non è di valore, mi ricordo un tuo giudizio su un libro di Vasta di qualche anno fa. Ma per esempio se io penso ad un’autrice come Letizia Muratori, di cui- è vero- ho letto solo La vita in comune, che mi è molto piaciuto sia per la storia in sè che per l’intreccio che per alcune innovazioni narrative- o che almeno a me sembrarono tali- , di cui vorrei leggere l’ultimo uscito, Sole senza nessuno, o anche ad alcuni libri di Luther Blisset, Q, per esempio o dei vari Wu Ming, a certi libri di Vitaliano Trevisan, beh, mi sembra che qualcuno che prova ci sia. E ho citato quelli che conosco per lettura diretta, quelli che meglio ricordo o che mi hanno colpito di più.
Tu mi dirai che il presente non si può raccontare, che bisogna avere distacco, l’ironia di manzoniana memoria, ma non è vero: tutta la letteratura italiana, a parte Manzoni, ha raccontato il presente.

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3 thoughts on “una risposta

  1. No, non mi riferivo ai libri di cucina (e neanche a fabio volo), semmai pensavo ai libri di un mio ex allievo che pubblica con Mondadori (la casa editrice di Saviano, di Zagrebelski, di Augias e di tutto quel moderato can can al quale – a proposito di intellettuali e potere – abbiamo assistito la scorsa estate. 20 anni or sono mi sfuggì – evidentemente – il fatto d’avere fra le mani i temi d’uno scrittore, ma intellettuale no, quello non lo è stato mai.
    Anche lui, comunque, scrive di quello stesso blob contemporaneo che ci viene quotidianamente riproposto.
    Anche Manzoni scriveva della contemporaneità, come no? A modo suo, ma lo faceva.
    E quindi il problema non è “cosa” ma “come” si scrive.
    Io in certe modalità di narrazione non mi ci ritrovo per niente, capisco dopo due paragrafi che vediamo il mondo in diverso modo, che abbiamo diversa sensibilità e storia alle spalle, che io la mia storia non la voglio buttare via e loro, invece, manco sanno quale sia (né gli importa di averla).
    Hanno letto si e no quel che la scuola gli ha imposto, hanno studiato le biografie delle pop star più “maledette” ed hanno visto troppi brutti film. Per questo scrivono così.

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  2. Cara sorellina, ho un po’ di tempo per scriverti – è un po’ che non lo faccio, ci pensavo l’altro giorno all’ospedale – e quando ti scrivo o ti telefono mi sento molto meglio.
    In quell’astanteria del pronto soccorso non c’era un granchè da fare, stando distesa sulla barella in attesa del mio turno. Il fatto è che quella domenica pomeriggio c’erano tutti i medici ed infermieri impegnati in tre codici rossi che erano arrivati dopo di me. Un sospetto infarto e due persone con lesioni gravi per un incidente stradale, così avevano detto; niente a che vedere con il mio problema, e così mi parcheggiarono dietro un paravento e cominciarono a lavorare su quelle persone. Non vedevo altro che il paravento, i muri bianchi, due neon ed un calendario. Non era un grande spettacolo, e neanche le grida dei medici e i lamenti di uno di quelli con lesioni gravi erano un bel concerto. Inoltre mi avevano messo il telefonino dentro il sacco di nylon, quindi non potevo chiamare; e non ero nemmeno sicura che sarebbe stato meglio telefonare, almeno finchè non avessi saputo il da farsi. Così cominciai a pensare: a te, alla mamma, ma soprattutto all’ultimo anno trascorso; un anno che mi ha cambiato, a partire dal viaggio con Daniel.
    Stavamo attraversando il confine con l’Ungheria, e la guardia ci guardava sospettosa.
    “Che andate a fare in Austria?”
    “Andiamo a trovare dei parenti.”
    “Il visto turistico dura tre mesi. Dopo diventerete clandestini.”
    “Tranquillo capo. Torniamo prima.”
    “Buon viaggio.”
    Ce lo disse in modo strano: aveva cambiato il tono della voce e ci aveva fissato a lungo negli occhi. Mi parve quasi che ci volesse bene, poi si schiarì la voce e ci ripetè “Buon viaggio.”
    “Grazie capo.”
    L’autista riavviò il Tir e il rombo del motore distolse i pensieri del poliziotto.
    Quello fu il primo dei tanti momenti in cui provai nostalgia per Costanza, la mia città, la nostra città, sorellina(mi piace chiamarti sorellina). Mi vennero in mente i turisti al mare(pensa che ogni volta che dico che c’è il mare bello a Costanza, gli italiani si stupiscono); forse ci sarei andata con te se non fossi partita, se tu non avessi da lavorare alla dogana del porto dodici ore al giorno, ma ci saremmo potute andare di domenica, no? Poi pensai anche al fatto che ero lontana da casa più di quanto non fossi mai stata in vita mia. Daniel si accorse che qualcosa non andava e mi accese una sigaretta, fece il primo tiro e me la passò. Io la presi sorridendo; la cenere incandescente illuminò la cabina.
    La notte era ancora lunga.
    Due giorni dopo eravamo in una casa a Lucca, da uno zio di Daniel. Fu molto accogliente, e sentire il suo benvenuto in rumeno mi dette un po’ di cuore. Ormai erano cinque anni che stava in Italia, ma continuava a parlare il rumeno con i molti connazionali che si trovano a Lucca. Pensai che mi sarebbe piaciuto parlare l’italiano al più presto, però.
    “Vi potete sistemare qui per un po’ di tempo, finchè non trovate casa e lavoro.”
    “Sei molto gentile, zio Stefan.” Si affrettò a dire Daniel. Poi mi guardò ammiccando.
    “Sì, tante grazie, di cuore.” Aggiunsi io facendo sì con il capo.
    Dormivamo in una soffitta a tetto con i materassi adagiati su dei cartoni. Era luglio, il caldo era insopportabile. E anche le zanzare.
    Quella prima notte a Lucca piansi in silenzio – non volevo farmi sentire da Daniel – mordendo la federa del cuscino inzuppata di lacrime e sudore. “Nadia” dissi a me stessa “andrà tutto bene.”.
    Il giorno dopo andammo in città. Era domenica, non era possibile cominciare la ricerca del lavoro quel giorno, così ce la prendemmo comoda. Lucca è proprio carina, sai? Ci sono molte belle chiese, giardini e vie strettissime con palazzi che hanno centinaia di anni. Facemmo tutto il giro delle mura a piedi(sono quattro chilometri), il caldo non era ancora soffocante di mattina, e poi ci sdraiammo sull’erba di un piccolo parco giochi a fare progetti.
    “Mi piacerebbe vivere qui…”
    “Anche a me, Nadia. Ci vivremo.”
    “Ma siamo clandestini.”
    “Tempo al tempo, tra tre mesi lo saremo, ora no. Troviamo un lavoro, poi…”
    “Tu la fai facile, Daniel.”
    “Qui c’è ricchezza; i soldi si sentono nell’aria. A noi bastano le loro briciole per campare bene.”
    “Con le briciole dobbiamo trovare una casa in affitto e fare da mangiare…”
    “Stai tranquilla. Tranquilla, tesoro.”
    Era molto dolce Daniel; mi abbandonai all’odore dell’erba tagliata, dei fiori dei tigli e chiusi gli occhi, stringendomi a lui.
    Alla sera rientrammo alla casa di Stefan. Non finimmo di suonare che ci aveva già aperto.
    “Entrate, entrate! Daniel. Ho una bella notizia…”
    “Cosa, zio?”
    “Ho parlato con il padrone. Puoi venire a fare il manovale. In prova, da domani. Che ne dici?”
    “Che ne dico? Accidenti, zio” mi guardò furtivo, io allargai le braccia “é una…una bella cosa. Ma come hai…?”
    “Gli ho telefonato stamani per sapere a che ora mi devo far trovare pronto domattina. Insomma, mi ha detto che Mario è partito perchè sua moglie sta per partorire. Allora gli ho detto di te…”
    “E…”
    “E puoi venire domani a lavorare. In prova.”
    “Bene…benissimo.”
    Ero sinceramente contenta per Daniel – e anche per me, visto che se Daniel avesse potuto lavorare e guadagnare, saremmo potuti andar via prima dalla casa di suo zio – ma pensavo al mio domani: in giro per la città, sola, senza conoscere l’italiano, in cerca di lavoro.
    La seconda notte a Lucca non fu migliore della prima. Ma piansi di meno per paura di svegliare Daniel; il giorno successivo sarebbe stato importante per lui.
    “Ciao Daniel, sta’ attento…”
    “Non preoccuparti per me Nadia. Buona ricerca. Buona fortuna.”
    Lo vidi allontanarsi da casa con i pantaloni di una tuta – gli stavano un po’ corti, per la verità – e una maglietta bianca. Una borsina striminzita dove c’era un’altra maglietta, un asciugamano, un panino e l’acqua. E’ alto, Daniel, ma quella mattina aveva la testa infilata dentro le spalle e mi sembrava più piccolo. Camminava con passi un po’ incerti, dietro lo zio, verso il luogo dell’appuntamento.
    Lo zio Stefan mi aveva detto di andare verso il centro, chiedere a tutti i negozi e provare anche alla Caritas.
    Avevo imparato quattro frasi da un libretto di lingua italiana che mi aveva dato a Costanza la mia amica Gina – te la ricordi, no? – . A lei non serviva più, era tornata per guardare i genitori che non avevano nessun altro e la sua mamma aveva un cancro al seno(l’hanno operata dopo otto mesi di attesa ed era troppo tardi). Ma alla fine dicevo solo due parole: “Cerco lavoro” e mi bastava guardare senza ascoltare: scuotevano la testa e si giravano dall’altra parte.
    Alla fine ho chiesto informazioni e sono andata alla Caritas. Lì una suora mi ha chiesto il nome e il cognome, mi ha detto di tornare giovedì, però non mi prometteva niente e mi sorrise dicendo che sono una brava ragazza.
    Nei tre giorni successivi ho continuato a dire “cerco lavoro” per ore e ore, poi arrivavo a casa di zio Stefan e preparavo da mangiare. Mangiavamo spesso pasta e patate, e qualche volta il pollo e il tacchino. La prova di Daniel stava andando molto bene, diceva lo zio, e Daniel sorrideva. Dopo cena lavavo i piatti e mettevo a posto, guardavamo la tv e dopo mezz’ora dormiva già. Gli facevano male le spalle e le braccia, ma era contento. Io avrei voluto fare l’amore con lui, anche su quei materassi appoggiati sui cartoni, ma non potevo svegliarlo, era troppo stanco.
    Il giovedì Daniel mi raggiunse in città alle cinque del pomeriggio per accompagnarmi alla Caritas.
    “Ci sono novità” disse la suora “tornate alle sei, verrà una signora che ha bisogno di una domestica. Mi raccomando, cerca di fare bella figura.”
    “Ma come faccio?”
    “Bella figura” mi ripetè scandendo ogni singola lettera, e ci diresse verso il portone.
    Tornammo dopo un’ora passata in silenzio a guardare l’acqua di un fosso. Avevo paura. Paura di essere giudicata.
    Alle sei e dieci arrivarono una signora bionda, bassa, elegante, con un signore magro che guardava in basso, un bambino di sette anni e una bimba di quattro con il ciuccio e un cane di pezza. Stavano lì, fermi a guardarmi, mentre la suora diceva qualcosa che non capii.
    “Parla, di’ qualcosa” mi disse la suora.
    Diventai rossa in volto e dissi:”Buongiorno mi chiamo Alexandra.” Mi spinsi gli occhiali sul naso e guardai il pavimento grigio e sconnesso.
    La signora guardava suo marito. La suora spiegò che non sapevo l’italiano, poi disse “brava ragazza”, e loro dissero qualcosa alla suora che aveva a che fare con un periodo di prova.
    La suora si mise a parlarmi molto lentamente, io facevo sì con la testa. Insomma, volevano una ragazza per le pulizie, per fare da mangiare, per guardare i bimbi quando non erano alla scuola dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio e anche il sabato mattina. Mi avrebbero dato la camera e il bagno personale, vitto e alloggio e settecento euro al mese. Tu, sorellina, guadagni 8 milioni di Lei, 230 euro scarsi, e spesso lavori tutto il sabato. Ma al pensiero di non dormire con Daniel mi strinsi a lui. Infine sussurrai: “Va bene”.
    La suora mi disse: “Se ti trova la polizia o se devi andare all’ospedale tu sei arrivata il giorno prima e non li conosci” indicò i quattro che avevo davanti a me che mi guardavano “hai capito?”
    “Sì”.
    La domenica seguente, nel pomeriggio, Daniel mi accompagnò a casa di quei signori con il motorino dello zio. Era distante dal centro qualche chilometro, in una zona tappezzata di villette con giardino e capannoni, poi c’era un ristorante, una chiesa e due bar. La casa dei signori aveva un giardino con una magnolia e un tiglio. C’era anche l’altalena.
    “Ciao, Nadia. Entra, prego. Ti mostro la casa.” Daniel stette due minuti e poi se ne andò. A cena, preparata dalla signora Daniela, non sapevo che dire. Parlai un po’ in inglese con i signori, andava meglio.
    Poi Daniela mi mostrò la camera e il bagno, stavano nel piano superiore – dove ci stava anche un soggiorno e uno studio con tanti libri – rispetto a dove dormivano loro. Infine la porta della camera si richiuse e rimasi sola.
    Sai, Iuliana, quello è stato un momento molto strano. Mi sentivo sola, in una casa di estranei, senza Daniel, a migliaia di chilometri da casa mia e da voi. Una solitudine infinita, come se mi trovassi su una di quelle stelle che ci divertivamo a guardare dal cortile del nostro palazzone di dieci piani. Una di quelle stelle, fredde e distanti come appaiono nelle sere d’inverno. Ma via via che mi giravo intorno – l’armadio verde, il comodino, le due finestre di legno, le tendine, la lampada con una buffa mongolfiera, le mie valigie, le travi del tetto – mi sentivo meglio, e infine capii il perchè. Per la prima volta in vita mia avevo uno spazio tutto mio, mio e basta, capisci? Era un prezzo alto da pagare, di tanto in tanto riaffiorava quella solitudine, ma sempre più mitigata da quel senso di possesso. Mio, capisci? Da una finestra si vedevano dei monti aguzzi – seppi più tardi che erano le Alpi Apuane – e delle colline. Rimasi accucciata alla finestra finchè il sole non se ne andò a morire, in quella lunga sera estiva.
    Era molto faticoso, la casa era di duecento metri quadri, la signora era molto esigente, ma non andava male.
    Il momento più brutto era la sveglia. Dovevo vestire Matteo e gli dovevo preparare la colazione mentre lui guardava i cartoni in tv senza dire niente, anzi ogni tanto mi urlava senza motivo. Il suo papà gli diceva di non fare così, ma lui lo faceva lo stesso. E poi tutti uscivano: alla scuola materna Francesca, a scuola elementare Matteo e i signori al lavoro. Rimanevo sola e non andava male, no.
    E poi arrivava il sabato mattina, arrivava Daniel. Lui arrivava in motorino, poi dormivamo a casa dello zio Stefan. Lui si era sistemato lì. Stava in soffitta, pagava centocinquanta euro mensili allo zio, alla fine non stava male; per l’inverno aveva una stufa a gas, inoltre il padrone gli aveva dato il permesso per costruire una finestra abusiva. Dormivamo lì il sabato, dpo una serata a base di birre e sigarette. Poi facevamo l’amore e dormivamo fino all’ora di pranzo. Nel pomeriggio facevamo passeggiate; un nostro amico rumeno aveva una macchina, qualche volta andavamo al mare a Viareggio. Non andava male, no.
    Poi una domenica d’inverno Daniel mi disse:”Ti devo parlare”. Che strano, pensai, era tutto il pomeriggio, e anche tutta la mattina, e anche la domenica che stavamo parlando. Ma non feci in tempo a finire i miei pensieri.
    “Da un po’ di tempo mi vedo con una ragazza.”
    Quella frase mi urlò dentro, mi squassò le budella, come la vodka, mi rimbalzò nel cervello, poi le gambe mi cedevano. Mi misi a sedere sul marciapiede, mi coprii il viso con le mani. Cominciai a piangere.
    “Non mi lasciare, Daniel”
    Mi accompagnò in motorino – alla fine se l’era comprato – alla casa rosa con il tiglio e la magnolia, in quella casa dove rimaneva l’unica cosa che sentivo mia in quella domenica di aprile: quella stanza e quelle due finestre.
    Da Anda, una amica, seppi che si era messo con Ivana, una troia che fino a cinque anni prima – Anda era di Bucarest, lei era sicura di quello che mi stava dicendo – aveva dormito nelle condutture sotterranee di acqua calda di Bucarest, e si era mantenuta vendendosi ai turisti per pochi Lei, sniffando poi sacchetti con l’Aurolac per giornate intere. Era bella – la vidi un mese dopo in città abbracciata a Daniel – e ora aveva il permesso di soggiorno; stava in una casa a fare la domestica, come me, ma regolare. Forse Daniel voleva sposarsela per ottenere anche lui il permesso di soggiorno, o forse si era innamorato davvero.
    Io non potevo ottenere il permesso perchè in Italia i flussi erano stati chiusi l’anno prima, e non si sa quando si sarebbero riaperti. Ero irregolare e la troia no.
    Il sabato successivo Marco, il padrone di casa, mi accompagnò in città.
    “Se non sai dove dormire e se non hai mezzi per rientrare, telefona e ti vengo a prendere.”
    “Grazie tante. Grazie.”
    Quella sera tornai alla casa rosa con la magnolia ed il tiglio.
    E fu così per qualche sabato; quando i padroni se ne andavano mi stordivo con una bottiglia di cognac che avevo nascosto nell’armadio. Mi faceva stare un po’ meglio, a volte pensavo di essere un’altra, mi sarebbe piaciuto essere una cantante come Alanis Morissette, o anche Madonna, e mi imbambolavo con le videoclip di Mtv; e quando ero completamente ubriaca ridevo senza motivo(non avevo alcun motivo, questo è certo), e poi mi addormentavo.
    Una volta alla settimana, il giovedì pomeriggio, i padroni mi permettevano di andare al corso di lingua italiana per stranieri organizzato dal comune di Lucca. Era divertente, anche se non si imparava molto, e non costava nulla. C’erano stranieri che potevano parlare in modo molto elementare, era giusto così. E quando queste persone imparavano qualcosa, ne arrivavano altre, e così si rimaneva sui rudimenti della lingua. Arrivavano di continuo persone dallo Sri Lanka, dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Ucraina. Alla scuola eravamo quasi tutti irregolari.
    Durante una lezione conobbi un marocchino di nome Dris, era simpatico. Mi dette il suo numero di cellulare.
    Il sabato successivo andai in città e telefonai a Dris.
    “Nadia, sei bella.” mi disse.
    Lo so, Iuliana, è una frase stupida, non sono nemmeno bella, non sono alta, ho questi occhi che non dicono niente, ho anche gli occhiali, ma mi fece tanto piacere. Lui era carino, longilineo anche se non molto alto, aveva il taglio degli occhi allungato, e i capelli neri come la pece. Anche lui faceva il muratore, ma aveva le mani morbide.
    “Non dire sciocchezze, eh.” risposi ridendo.
    Passammo quel pomeriggio sulle mura, sotto un tiglio. Era carico di fiori gialli che mandavano un profumo fortissimo. I fiori gialli stavano anche sul prato. Mi baciò, era molto gentile, era più tenero di Daniel. Alla sera andammo in un pub e poi a casa sua. Stava con altri cinque in casa, ma il suo compagno di stanza era tornato in Marocco dalla moglie per qualche settimana.
    “Anche io ho la moglie laggiù, Nadia”
    “Non importa, Dris. Mi fa piacere che tu me l’abbia detto, però. Vacci piano.”
    “Che cosa?”
    “Vacci piano con l’affetto.”
    Sorrise.
    Mi spogliò lentamente, lo lasciai fare. E fece tutto lentamente. Non facemmo l’amore subito, sai Iuliana. Passarono almeno due ore prima di farlo. Non come Daniel che non mi lasciava nemmeno il tempo di spogliarmi, con l’alito che puzzava di alcol e sigarette, con la barba lunga. In quelle due ore mi carezzò, mi baciò, mi guardò, mi mordicchiava nel collo, nei lobi delle orecchie, mi passave le dita sui capezzoli. Non ho mai conosciuto un uomo così paziente. E al momento di far l’amore fu la cosa più naturale del mondo. E bella.
    Era luglio, anche Dris tornò in Marocco la settimana successiva. Ci rivedemmo il sabato.
    “Tornerò a settembre, Nadia
    “Non so se vorrò ancora, Dris”
    “Come tu vorrai. Lo so. Piano con l’affetto.”
    Il giorno successivo presi la bici di Daniela – erano al mare quella domenica – e me ne andai in giro sulle mura. Non avevo mai imparato bene ad andare in bicicletta, lo sai Iuliana, ma quella domenica volavo. Vedevo l’orto botanico sfrecciare accanto a me, e poi il palazzo Pfanner e case, e alberi. E giardini. Volavo, sorellina. Dopo due giri di mura, presso porta Elisa imboccai la discesa per entrare in città. A metà discesa cominciai a frenare, ma i freni erano deboli, avevo preso troppa velocità e lo stop si avvicinava sempre più. Vedevo passare macchine, giù in fondo, avrei rischiato l’incidente. Continuavo a frenare senza risultato. Due metri prima dello stop decisi di curvare decisamente a destra, ma le ruote persero aderenza, la bici si accasciò su un fianco e io atterrai con le mani sull’asfalto; contemporaneamente la leva del freno di sinistra mi urtò con violenza in mezzo alle gambe. Proprio lì, sorellina, avvertii un dolore fortissimo e persi i sensi. Solo per poco, però.
    Quando riaprii gli occhi una signora con un grembiule e un ragazzo in tuta mi stavano guardando.
    “Stai tranquilla, non ti muovere. Abbiamo chiamato il 118. Ora arriva un’ambulanza.”
    “Ma io non voglio un’ambulanza” e feci per alzarmi, ma sentii il dolore di prima laggiù. Mi misi a sedere per terra. I miei Jeans erano bagnati di sangue fino alle ginocchia.
    “Stai ferma, non ti muovere. Vuoi telefonare a qualcuno?” mi diceva il ragazzo mostrandomi il suo motorola.
    Feci un cenno di no.
    “Gli occhiali, i miei occhiali” dissi con un filo di voce.
    Il giovane guardò intorno.”Ah, eccoli lì.” Stavano capovolti due-tre metri avanti a me.”Sono ancora interi, sei fortunata. Sì, insomma.” Li pulì con un fazzolettino e me li porse. Io me li infilai sul naso, una goccia di sangue della mano sporcò una lente.
    Arrivò l’ambulanza. La signora mi disse: “Ho un bar, quello lì, lo vedi? la bici te la metto nel cortile”
    Poi mi misero in barella e mi caricarono sull’ambulanza. A bordo, oltre a un autista giovane c’erano due persone – un dottore e un infermiere, credo – e quello più anziano mi tolse i pantaloni, mormorandomi “Scusa”. Io ero incapace di muovermi, lo lasciai fare.
    “Sta perdendo sangue , prepara l’emagel”
    Mi misero una flebo, sentivo il sangue che usciva da lì che faceva una pozza.
    “Come ti chiami?”
    “Nadia Stepanova”
    “Dove stai?”
    “L’indirizzo, te lo ricordi?”
    Feci cenno di no.
    “Noi non siamo la polizia, puoi dirlo” aggiunse quello più giovane.
    “Sono arrivata ieri, sono da amici. Non ricordo l’indirizzo.”
    “Raccontami dell’incidente”
    “Sono cascata dalla bicicletta.”
    “Nessuna violenza?”
    “No, no” dissi con forza.
    “Non vuoi avvisare nessuno?”
    Feci cenno di no. Sentii un nodo alla gola, gli occhi si riempirono di lacrime.
    “Va bene, stai tranquilla ora”
    La sirena cessò di ululare, stavamo entrando nel pronto soccorso.
    “Dottore” Il dottore, l’uomo più anziano, mi guardò con sollecitudine “non voglio uscire nuda.”
    “Sì, aspetta” fece un cenno al più giovane che alzò il suo sedile e tirò fuori un telo; me lo misero sulle gambe, era pieno di scritte “Ospedale Campo di Marte”. Poi il dottore prese un pacco di garze, me lo appoggiò lì e mi disse “Stringilo”.
    Dopo un’occhiata in astanteria, mi ripeterono più o meno le stesse domande del dottore, poi – uno dopo l’altro – arrivarono i codici rossi e così ebbi il tempo di pensare a tutte queste cose dietro quel paravento. Ogni tanto un infermiere faceva capolino, mi cambiava la compressa di garze e dava un’occhiata alla flebo.
    Tre ore dopo mi cambiarono di letto e mi portarono al terzo piano, al reparto di ginecologia.
    Mi aspettava un dottore. Mi fece le stesse domande, poi mi fece appoggiare le gambe su due supporti metallici, mi guardava lì e per un tempo infinito non disse niente.
    “Ma come hai fatto?”
    “Il freno della bici”
    “Mepivacaina e ago e filo riassorbibile tre zeri” disse all’infermiera. L’infermiera uscì.
    Lui accese un monitor e mi passò sulla pelle una pomata, poi mi appoggiò sulla pelle uno strumento tondo.
    “No, dentro è tutto a posto. Sei allergica agli anestetici?”
    “Credo… di no.”
    “Mi capisci cosa voglio dire?”
    Feci cenno di sì.
    “Nessuna violenza?”
    “No, dottore, no. C’era pure una signora e un signore che mi hanno visto! No, nessuna violenza.”
    “Ok” disse il dottore sospirando, intanto era rientrata l’infermiera.” Si sono lacerate le grandi labbra in più punti. E c’è un ematoma interno” aggiunse ” dovrò darti alcuni punti”.
    Il dottore mi iniettò l’anestetico a più riprese, io urlai. Lui si alzò sbuffando. “Aspettiamo cinque minuti ” e non era ancora uscito dalla stanza che aveva la sigaretta accesa. Poi l’infermiera mi carezzò il viso e mi medicò le mani, fu la prima a guardarle. Me le disinfettò, poi mi mise garza e nastro adesivo. Mi pulì anche gli occhiali dalle lacrime e dal sangue.
    “Signora, non vada via, la prego.”
    “Stai tranquilla, starò qui.”
    Il dottore mi mise sette punti. Poi scrisse qualcosa su un foglio, mi disse “Non devi alzarti nei prossimi giorni, sennò sanguini ancora. tra cinque giorni al controllo” e uscì senza salutarmi.
    L’infermiera mi sorrise, mi spiegò che sarei dovuta stare a riposo.
    “Come faccio con i vestiti?”
    “Devi telefonare a qualcuno che ti porti via dall’ospedale.” Poi mi porse uno di quei camici verdi monouso ” Per ora mettiti questo. Ora ti riporteranno al pronto soccorso. Auguri, Nadia.”
    “Grazie. Grazie signora.”
    Dal sacco ripresi il telefonino, mentre aspettavo dalla sala d’attesa del pronto soccorso.
    “Pronto, signor Marco” dissi con la voce tremante “ho avuto un problema.”
    Il signor Marcò arrivò. Firmò un foglio allìaccettazione del pronto soccorso, poi mi aiutò ad arrivare alla macchina.
    “Gli hai detto dove stai?”
    “No, no. Loro sanno che sono arrivata ieri. Io non…”
    “Ok.”
    La signora Daniela, Matteo e Francesca mi accolsero in silenzio. Solo Francesca, dopo un po’, mi disse:” Come stai, Nadia?”
    “Così così. Ma domani starò bene, vedrai.”
    La salita verso la mansarda fu un calvario.
    Daniela mi accompagnò “Domani prenderò un giorno di ferie, tu cerca di dormire.”
    “Grazie, Daniela. Mi dispiace di questo casino. E anche della bicicletta.”
    Il giorno dopo provai ad alzarmi un po’. Dovevo andare in bagno, ci andai, ma vidi una goccia di sangue e sentivo tirare. camminavo come una papera, a gambe larghe.
    Daniela chiamò il dottore di famiglia. Quando arrivò, uscì dalla stanza.
    Mi guardò un po’ la ferita e i punti.”Non è niente di preoccupante, stai tranquilla.” mi rimise il lenzuolo addosso e disse ad alta voce: “Signora, può entrare”.
    “La lacerazione e l’ematoma”spiegò il dottore “si trovano in una zona spugnosa, molto vascolarizzata. Ma finchè non guarisce, il peso del corpo non deve gravare lì perchè altrimenti riprende a sanguinare.”
    “Quanto tempo ci vorrà?” chiese Daniela.
    Il dottore si grattò la testa:” Il tempo del riassorbimento di quel grosso ematoma, la ferita in certi punti ha un andamento irregolare, il colpo dev’essere stato forte…”
    “Più o meno?” insistette Daniela.
    “Mah, un mese, forse…”
    Io mi sentii morire, poi vidi gli occhi di Daniela. Erano blu i suoi occhi, diventarono di ghiaccio.
    “Un mese. Non è possibile.” mormorò. “Grazie, dottore. La accompagno.”
    Mi lasciò sola tutta la mattina, poi rientrò Marco prima del tempo, era l’una e mezza.
    Li sentii salire le scale, poi bussarono.
    “Ciao Nadia” disse Marco “Come stai?”
    Non mi dette il tempo di rispondere.
    “Il dottore ha detto che devi stare a letto, altrimenti continuerebbe a sanguinare, poi si potrebbe formare una brutta cicatrice.”
    “Ma io posso provare ad alzarmi domani. Magari le grosse pulizie le rimando, ma per il resto…”
    “Non è possibile, Nadia. Devi guarire bene. Noi abbiamo dei problemi, sai. Tra due settimane partiamo per il mare, Daniela non ha giorni sufficienti per stare in casa ad assisterti, non puoi stare qua; ho parlato con Daniel poco fa, ma non ha spazio in casa, e poi lavora anche lui.”
    Sentivo che quella camera, il letto, perfino le finestre stavano diventando ostili.
    “Ho parlato con la Europ Assistance, possono portarti a casa domani.”
    “Posso tornare a settembre?”
    “No” disse Daniela “meglio di no; anche la bicicletta, sai che non dovevi prenderla. Mi spiace, ma non ho più la fiducia di prima nei tuoi confronti.”
    “Magari ci pensiamo un po’ ” disse Marco ” ma per il momento è meglio così. La bicicletta, lo sai.”
    Sto abbandonando proprio ora l’Italia. E’ proprio bella, sai, anche se non è vero che piove poco. Poi c’è la gente; ci sono persone buone e meno buone, come da noi. A pensarci bene, sorellina, il cielo è la cosa che mi piace di più dell’Italia. Ci sono dei giorni che quel blu è quasi viola, Iuliana. Pare qualcosa di solido, o un liquido molto denso; pare che ci si possa volare dentro come nuotando nel mare. Anche quel giorno, sulle mura.
    Iuliana, quel giorno in bici mi pareva di volare.

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