ascoltando la radio

Ascolto alla radio Giorgio Vasta e Giuseppe Genna che parlano dell’ intellettuale italiano oggi. Vasta cita questo discorso di Wallace che ho già letto sul sito di Carmilla, qualche anno fa, qui

Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.

Mi chiedo, quando leggo, quando ascolto discussioni del genere, dove sono gli insegnanti, dove è la scuola di fronte a tutto questo, perchè mai un insegnante oggi non sappia neanche che esistono scrittori del genere, che parlano di cose del genere. Ma che dico, scrittori del genere, gli insegnanti oggi, intendo oggi proprio oggi, nell’anno in corso, nel mese in corso, leggono- quando va bene che leggono- autori che scrivono sul risorgimento italiano e alcuni- giuro che è vero- insegnando italiano alle superiori, dichiarano candidamente in classe agli alunni che sono 25 anni che non leggono un libro. Mi chiedo quanto tutto questo sia una causa della noia che si respira nelle aule (sordide e grigie). Ma forse pretendo troppo.

6 thoughts on “ascoltando la radio

  1. Ah! Finalmente si litiga.

    Posso, non troppo sommessamente se è il caso di litigare, dire che a quelle descrizioni di quei favolosi party potremmo cortesemente dire basta? Grazie, è sufficiente così. Si può?
    Ancora col parricidio? Ancora Edipo?
    Ma dove sta la “grandezza” di costoro?
    Illuminami pessima.

  2. Niente litigare, non è più il tempo dell’indignazione, basta. Ma a parte questo, secondo me Wallace vuol proprio dire questo (e con lui sicuramente Vasta, non so Genna, mi sembra- per quel poco che ne so, su posizioni un po’ diverse, ma può darsi che sbagli), che gli scrittori, gli intellettuali- chiamiamoli ancora così come se fossero extra-terrestri e noi tutti lì a guardarli negli incontri ravvicinati di terzo tipo- devono smetterla di aspettare i padri, perchè i padri non ci sono più. Quindi niente parricidio, quello è stato già commesso da altri prima di loro, prima di quelli della loro generazione (che non è la mia). Quanto all’illuminazione sulla grandezza, a volte mi pare che sia questione di un canone, o di più canoni, che ci sono stati insegnati e che facciamo fatica a lasciare, alcuni di noi almeno, che rifiutano il nuovo quasi per partito preso, come se niente mai possa eguagliare la grandezza delle origini. Se fosse così saremmo ancora fermi a Dante, suppongo.
    Aperta al dibattito, però.

  3. E poi una cosa, mauro: a volte -a volte- quando leggo questi scrittori, che a te non piacciono, è evidente, a me sembra davvero che parlino di me, mi ci ritrovo, nelle parole, nel ritmo, nel suono della loro voce. Più che con Dante, che pure mi piace. Qui, però, c’è un discorso emozionale diverso. E mi piacerebbe capire se per le generazioni che la mattina ho di fronte vale lo stesso discorso.

      1. Ecco. E alla distinzione è fra scrittura e letteratura, aggiungerei anche quella fra scrittori e intellettuali. Non mi risulta che – nel terzo millennio – sia sufficiente pubblicare per definirsi intellettuali o per parlare di loro.
        Poi vabbè, questo me lo dice chiunque abbia confidenza coi miei sentimenti: “a te se non ci sono comunisti, operai o partigiani non ti va bene niente”.
        E quindi sarà questione di canone, sì.

  4. Ciao a tutti mi permetto di segnalarvi, anche se magari la conoscete già, un’altra intervista di Wallace, utile per contestualizzare ulteriormente il discorso sul “parricidio”. La trovate qui: http://laramanni.wordpress.com/2010/06/26/dfw/

    Il succo è: il postmoderno ha ereditato il sogno americano, lo ha deriso e fatto a pezzi con l’arma dell’ironia. Dopo il trionfo della parte destruens, però, che si fa?
    Le generazioni successive a quella che ha commesso il parricidio hanno dimostrato di sapere anche come tentare di ricostruire?
    Non mi sera una domanda da poco, e non sono sicuro che la risposta sia positiva.

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