c’è grande confusione sotto il cielo

Dice, una volta c’erano quelli che una sera uscivano a comprare le
sigarette e non tornavano più. Anche oggi ci sono persone che a un
certo punto scompaiono, come nel nulla. Che è sempre più difficile da
fare, dice: se penso a quante tracce ho lasciato io quest’estate con
la carta di credito mi chiedo come si può fare oggi a vivere senza più
essere visti. Forse perchè alla fine, poi, nessuno ti cerca davvero.
Oppure perchè quando decidi di andartene scegli un posto dove non c’è
bancomat nè carta di credito. Nè cellulare, nè niente, dice. E’ il
vecchio sogno di Adriano Meis, rifarsi una vita nuova di zecca,
ricominciare da capo tutto, sapendo quali sono gli errori, magari per
rifarli di nuovo, chissà.

Forse quello che ci lega, dice, e ci impedisce di fare una scelta del
genere, sono le scie che ci siamo lasciati dietro in questa metà della
vità, a dir bene e auguracela lunga assai: i figli, per esempio, tanto
per dire quella più importante. I figli: pensi che non ce la farebbero
senza di noi? no, non credo che sia questo a fermarci, dice, i figli
ce la fanno benissimo senza di noi, forse è più vero il contrario. E’
che loro rappresentano la responsabilità che ci siamo presi un giorno,
la scelta che abbiamo fatto di tenerceli, anche se ci piaceva la frase
di Gibran voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati
ecc. ecc. ecc. e pensavamo che un giorno sarebbe andata così e che era
questo quello che volevamo. L’abbiamo anche appesa alla porta di casa,
dice, che tutti capissero. Poi l’abbiamo perso di vista, Gibran e il
suo profeta, dice, molto prima di lanciare in aria lontano le nostre
frecce. E quindi adesso pensiamo che i figli non capirebbero certe
scelte, soffrirebbero per il nostro abbandono, starebbero le sere
affacciati alla finestra a guardare se arriviamo, sussulterebbero a
ogni squillo del telefono sperando di sentire la nostra voce nella
cornetta, dice come se fossimo in un racconto della Ginzburg. E’
questo, l’idea che qualcuno possa soffrire per colpa nostra che
impedisce di andarsene, l’idea che questo qualcuno che si è scelto di
mettere al mondo- lasciamo stare con quanta consapevolezza, dice-
possa, per nostra responsabiltà, soffrire. O quanto meno rimanere nel
dubbio, continuare per tutta la vita con un perchè a mezz’aria.

Dicono che abbiamo solo una vita, dice.  Può darsi, nessuno è tornato
a dire il contrario. Ma cosa vuol dire che abbiamo una vita sola, che
dobbiamo sempre viverla allo stesso modo, che una volta che ti sei
messo su un binario non c’è neanche più uno scambio, una stazione
magari in mezzo alla campagna più deserta dove tu possa scendere per
fare pipì e poi non risalire più? E poi chi ha deciso dove dobbiamo
arrivare e scendere? soprattutto dove, perchè sul quando scendere,
bhe, lì, dice, abbiamo forse meno possibilità di scelta. Voglio dire,
dice sventolandosi col giornale piegato in due, che a volte la morte
arriva che non te lo aspetti. Ma proprio per questo, dice, come
possiamo sapere che dobbiamo aspettarla proprio da quella parte, in
quella città, in quella casa, con quella gente accanto? che ci trovi,
la morte, che ci insegua dove vogliamo noi, dove ci porta il nostro
desiderio, che non può essere sempre lo stesso, dice. Perchè il
desiderio cambia: dunque, ha detto la signora bruna sfogliando una
rivista, a te non piacciono le fedi? No, non mi piacciono le fedi, ho
risposto, la fede è rigida, a me piace cambiare. L’ho sognato l’altra
notte, dice sorridendo, mi sono svegliata all’improvviso con questo
sogno negli occhi.

Chissà, magari un giorno lo faccio davvero, dice, me ne vado senza
lasciare l’indirizzo. Lasciare che le madri  malate immaginarie da
quando siamo piccoli, i padri che non sanno reagire alle madri, i
mariti ex che ti chiamano per dire che non dormono la notte, cuociano
tutti nel loro brodo. Me ne vado in un posto dove la notte non ci sono
luci accese intorno e posso guardare le stelle e di giorno c’è luce e
poca gente e poche case. Me ne vado.  Con o senza Vassilissa.

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