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Archive for agosto 2010

caro pirata, stanotte ho fatto un sacco di sogni, tutte cose che
avrebbero dovuto essere semplici e invece risultavano difficili, come
posteggiare una macchina dove c’era spazio e non riuscire a trovare
quello adatto o più sicuro o dover prenotare un posto a teatro e
trovare chiusa la biglietteria, comprare un filo da cucito di colore
giallo a metro e non riuscire a farsi dare il resto a due euro e
minacciare allora la padrona del negozio di farle trovare fuori sul
bandone la scritta, in rosso, LADRA. Le ho scandito bene le sillabe:
LA-DRA, che non si sbagliasse e le ho fatto anche un gesto con la mano
aperta davanti agli occhi, perchè visualizzasse la scritta.

Qui mi sono svegliata, caro pirata, quasi ridendo, credo.

Mi è venuta in mente, mentre ero ancora sul letto, una foto che un
giorno un uomo molto brutto mi ha regalato. La foto era in bianco e
nero: c’era lui accoccolato in un’aia davanti a un mucchio di fieno,
un pagliaio forse. Era inverno, si capiva dai vestiti che aveva
indosso. Guardava fisso l’obiettivo della macchina, si era tolto gli
occhiali che di solito portava, ma non ricordo se nella foto li avesse
in mano. Risaltavano il suo viso bianco, il mento a punta, il naso
adunco, gli occhi leggermente in fuori. Sul retro della foto l’uomo mi
scrisse: La bellezza è nell’occhio di chi ti guarda, con un pennarello
blu sottile.

Ogni tanto questa foto spuntava fuori da qualche libro. Sono diversi
anni che non la trovo più. Con l’uomo brutto non ho avuto una grande
relazione, l’avrò visto sì e no quattro volte in vita mia. Era più
grande di me di qualche anno. L’ultima volta era al cinema, con un
bambino che ho pensato fosse suo figlio, ma non mi ha riconosciuta o
non mi ha vista, forse, o non mi ha voluto vedere nè io lui,
d’altronde. Non c’era motivo per cui ci salutassimo.

Non ho ancora capito perchè mi è venuta in mente questa frase e questa
foto, stamani, dopo il sogno della ladra. Non ho mai saputo di chi
fosse davvero la frase scritta dietro la foto. Ma ho tutto il giorno
per pensarci.

A presto.

Elizaberry

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Dice, una volta c’erano quelli che una sera uscivano a comprare le
sigarette e non tornavano più. Anche oggi ci sono persone che a un
certo punto scompaiono, come nel nulla. Che è sempre più difficile da
fare, dice: se penso a quante tracce ho lasciato io quest’estate con
la carta di credito mi chiedo come si può fare oggi a vivere senza più
essere visti. Forse perchè alla fine, poi, nessuno ti cerca davvero.
Oppure perchè quando decidi di andartene scegli un posto dove non c’è
bancomat nè carta di credito. Nè cellulare, nè niente, dice. E’ il
vecchio sogno di Adriano Meis, rifarsi una vita nuova di zecca,
ricominciare da capo tutto, sapendo quali sono gli errori, magari per
rifarli di nuovo, chissà.

Forse quello che ci lega, dice, e ci impedisce di fare una scelta del
genere, sono le scie che ci siamo lasciati dietro in questa metà della
vità, a dir bene e auguracela lunga assai: i figli, per esempio, tanto
per dire quella più importante. I figli: pensi che non ce la farebbero
senza di noi? no, non credo che sia questo a fermarci, dice, i figli
ce la fanno benissimo senza di noi, forse è più vero il contrario. E’
che loro rappresentano la responsabilità che ci siamo presi un giorno,
la scelta che abbiamo fatto di tenerceli, anche se ci piaceva la frase
di Gibran voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati
ecc. ecc. ecc. e pensavamo che un giorno sarebbe andata così e che era
questo quello che volevamo. L’abbiamo anche appesa alla porta di casa,
dice, che tutti capissero. Poi l’abbiamo perso di vista, Gibran e il
suo profeta, dice, molto prima di lanciare in aria lontano le nostre
frecce. E quindi adesso pensiamo che i figli non capirebbero certe
scelte, soffrirebbero per il nostro abbandono, starebbero le sere
affacciati alla finestra a guardare se arriviamo, sussulterebbero a
ogni squillo del telefono sperando di sentire la nostra voce nella
cornetta, dice come se fossimo in un racconto della Ginzburg. E’
questo, l’idea che qualcuno possa soffrire per colpa nostra che
impedisce di andarsene, l’idea che questo qualcuno che si è scelto di
mettere al mondo- lasciamo stare con quanta consapevolezza, dice-
possa, per nostra responsabiltà, soffrire. O quanto meno rimanere nel
dubbio, continuare per tutta la vita con un perchè a mezz’aria.

Dicono che abbiamo solo una vita, dice.  Può darsi, nessuno è tornato
a dire il contrario. Ma cosa vuol dire che abbiamo una vita sola, che
dobbiamo sempre viverla allo stesso modo, che una volta che ti sei
messo su un binario non c’è neanche più uno scambio, una stazione
magari in mezzo alla campagna più deserta dove tu possa scendere per
fare pipì e poi non risalire più? E poi chi ha deciso dove dobbiamo
arrivare e scendere? soprattutto dove, perchè sul quando scendere,
bhe, lì, dice, abbiamo forse meno possibilità di scelta. Voglio dire,
dice sventolandosi col giornale piegato in due, che a volte la morte
arriva che non te lo aspetti. Ma proprio per questo, dice, come
possiamo sapere che dobbiamo aspettarla proprio da quella parte, in
quella città, in quella casa, con quella gente accanto? che ci trovi,
la morte, che ci insegua dove vogliamo noi, dove ci porta il nostro
desiderio, che non può essere sempre lo stesso, dice. Perchè il
desiderio cambia: dunque, ha detto la signora bruna sfogliando una
rivista, a te non piacciono le fedi? No, non mi piacciono le fedi, ho
risposto, la fede è rigida, a me piace cambiare. L’ho sognato l’altra
notte, dice sorridendo, mi sono svegliata all’improvviso con questo
sogno negli occhi.

Chissà, magari un giorno lo faccio davvero, dice, me ne vado senza
lasciare l’indirizzo. Lasciare che le madri  malate immaginarie da
quando siamo piccoli, i padri che non sanno reagire alle madri, i
mariti ex che ti chiamano per dire che non dormono la notte, cuociano
tutti nel loro brodo. Me ne vado in un posto dove la notte non ci sono
luci accese intorno e posso guardare le stelle e di giorno c’è luce e
poca gente e poche case. Me ne vado.  Con o senza Vassilissa.

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