Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte della città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo:- L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inforno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(Italo Calvino, Le città invisibili)
Ecco, mi pare una buona scelta, questa, una bella strada da seguire: saper riconoscere quello che è nutrimento per le nostre vite, e dargli spazio. E’ bellissimo. Una buona pratica. Nel mio ottimismo innato penso che la valenza di queste scelte si esprime sia sul piano personale sia su quello universale: se tutti cercassimo il bello e il buono, insomma, se tutti lo facessimo durare, gli dessimo spazio.
La foto è in bianco e nero, c’è la bambina sulla spiaggia e dietro qualche sedia a sdraio. Si intravedono gambe di donna, e un ombrellone. Avrà forse cinque anni. E’ sicura che sua madre è lì chiacchierando. Di suo padre è l’occhio che la guarda. Lei non guarda nessuno, è presa dal suo gioco. Volta le spalle alle sedie, a sua madre, all’ombrellone, alle gambe grasse di donna. Chissà se sa che c’è un occhio di suo padre che la guarda. E’ una testa riccioluta. Davanti a sé tiene con le braccia distese un foglio di giornale che con gesto deciso sta strappando. La bocca è un po’ chiusa.
in cui la morte di persone di cui conoscevo a malapena il nome mi intristisce. Forse perché in certi giorni sono ancora un bambino che cammina a occhi chiusi in una stanza-foresta. Non è detto che tutti i giorni dell’anno si debba essere adulti: sono ammesse anche deroghe, carnevali più o meno allegri, vacanze che a volte sono vuoti.
(Maurice Sendack, 1928-2012)
…prendiamo un simbolo per voi più comprensibile: lo specchio. Prendiamo dunque uno specchio in mano e guardiamo. Esso ci riflette identici, invertendo le parti. Ciò che è a destra si traspone a sinistra e viceversa, sicché chi ci guarda siamo noi, ma non gli stessi noi che un altro guarda. Restituendoci la nostra immagine invertita sull’asse avanti-dietro, lo specchio produce un effetto che può anche adombrare un sortilegio; ci guarda da fuori ma è come se ci frugasse dentro, la nostra vista non ci è indifferente, ci intriga e ci turba come quella di nessun altro: i filosofi taoisti la chiamarono lo sguardo ritornato. Mi consenta un salto logico che forse lei capirà. Siamo alla gnosi dell’Upanishad e ai dialoghi di Misargatta Majaraj con i suoi discepoli. Conoscere il Sè significa scoprire in noi ciò che è già nostro e scoprire altresì che non c’è reale differenza fra l’essere in me e la totalità universale. La gnosi buddista compie un passo ulteriore, un non-ritorno: nullifica anche il Sè. Dietro all’ultima maschera il Sé si mostra assente.
Antonio Tabucchi, da La frase che segue è falsa. La frase che segue è vera, in I volatili del Beato Angelico, Palermo, Sellerio, 1987