buone pratiche

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte della città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.

Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.

E Polo:- L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inforno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

(Italo Calvino, Le città invisibili)

Ecco, mi pare una buona scelta, questa, una bella strada da seguire: saper riconoscere quello che è nutrimento per le nostre vite, e dargli spazio. E’ bellissimo.  Una buona pratica. Nel mio ottimismo innato penso che la valenza di queste scelte si esprime sia sul piano personale sia su quello universale: se tutti cercassimo il bello e il buono, insomma, se tutti lo facessimo durare, gli dessimo spazio.

Passioni, qui.

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estati

La foto è in bianco e nero, c’è la bambina sulla spiaggia e dietro qualche sedia a sdraio. Si intravedono gambe di donna, e un ombrellone. Avrà forse cinque anni. E’ sicura che sua madre è lì chiacchierando. Di suo padre è l’occhio che la guarda. Lei non guarda nessuno, è presa dal suo gioco. Volta le spalle alle sedie, a sua madre, all’ombrellone, alle gambe grasse di donna. Chissà se sa che c’è  un occhio di suo padre che la guarda. E’ una testa riccioluta. Davanti a sé  tiene con le braccia distese un foglio di giornale che con gesto deciso sta strappando. La bocca è un po’ chiusa.

uno spirito diverso: ancora sulla depressione e l’oggi

Giorgio Fontana è un giovane scrittore italiano. Ha pubblicato per Sellerio, lo scorso anno, Per legge superiore. Non l’ho letto, so che se ne parla molto bene. Da qualche tempo seguo il suo blog, su cui oggi è uscito un articolo che parte da un pezzo di Chomsky sulla situazione mondiale, in cui si parla dello “spirito dei tempi” e di come la crisi attuale sia diversa da quelle che l’hanno preceduta perché chi la sta vivendo sembra, come scrive Fontana, non essere  pervaso da alcuna forma di speranza o sentimento che le cose miglioreranno.

Questa storia della depressione, delle depressioni che colpiscono chi sta vivendo in questi anni, sulla mancanza di speranza, di vitalità, di progetti che pare essere l’unica via per uscire dalla crisi, accompagnandosi alle misure di austerità, a parole come sacrificio, da qualche tempo mi accompagna e non solo a me, anzi a dire il vero è da qui che è partito lo spunto, per me.  E non accompagna solo noi, ovviamente.

Oggi, su un giornale online, giornale non embedded  s’intende,  sono uscite alcune statistiche sul numero dei suicidi di quest’anno, che non sarebbe aumentato, come ci facevano credere i media ufficiali, dopo averci terrorizzato per settimane con le notizie quotidiane di persone che si sarebbero uccise per motivi legati alla crisi attuale, piccoli imprenditori, operai, giovani più o meno in cerca di occupazione.

Ci hanno terrorizzato, perché questa è una forma di controllo, attraverso la quale è possibile manipolare le menti e tenerle ferme. La paura paralizza, si sa, impedisce il movimento e il pensiero.

In che senso allora parlo di manipolazione della mente? Se ho paura non penso, se ho paura mi affido agli eroi, che mi aiutino loro ad uscire da questo buio, in cui ci siamo cacciati anche un po’ per colpa mia, mi dicono. Se ho paura, non parlo, mi chiudo. Se ho paura non mi fido neanche di me stesso. Se ho paura metto da parte i miei desideri, le mie voglie, le mie passioni. Se ho paura, se sono depresso, non posso pensare che sia possibile una soluzione diversa, non mi ci metto neanche a cercarla, metto le carte in mano ad altri, a quelli che, mi si dice, sanno come si fa ad uscire da qui, hanno la mappa.

Peccato che quelli che hanno la mappa, o mi si dice che l’abbiano, siano persone che non hanno nessuna intenzione di cambiare le cose, di cambiare il sistema a causa del quale siamo arrivati fin qui. Peccato che le persone che hanno, mi si dice, la mappa per l’uscita, siano quelle che di questo sistema hanno goduto più di tutti noi, finora, che questo sistema garantisce più di tutti noi. Peccato che quelli che, mi si dice, hanno la mappa, hanno bisogno che io sia triste, che tutti noi siamo tristi.

Scrive Gilles Deleuze di Spinoza: Ogni passione che implichi la diminuzione della potenza di agire verrà denominata “tristezza”, e viceversa “gioia” ogni passione che la aumenti. Vedremo in seguito come queste conclusioni determineranno l’approccio peculiare di Spinoza alla politica e alla morale, in relazione a un problema cardine: perché chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza? Le passioni tristi sono necessarie, provocare passioni tristi è essenziale all’esercizio del potere. E Spinoza sottolinea nel Trattato teologico-politico come ci sia un legame profondo tra il despota e il prete, poiché entrambi hanno bisogno che le persone assoggettate siano tristi. Spinoza non usa “tristezza” in modo vago, ma in senso molto rigoroso: tristezza è l’affetto che implica una diminuzione della mia potenza d’agire. (Gilles Deleuze, Cosa può un corpo, Lezioni su Spinoza, Ombre corte, 2007)

Bisogna parlare di questa crisi, in termini personali, intendo. La risorsa è questa, questa è una possibilità di uscire da un mondo artificioso, costruito, fasullo, di carta, in cui abbiamo vissuto finora, in tutto il mondo capitalista, senza qui voler fare questioni ideologiche, che non mi appartengono più. A me sembra che il senso della precarietà che ci accomuna un po’ tutti, anche quelli che non sono della generazione più giovane, la più precaria, la più colpita, ma che sono capaci di stare attenti allo spirito del tempo, sia il punto da cui partire per costruire un senso della vita come la vorremmo noi, e non come quella che ci è stata, credo, imposta fino ad oggi. Dal locale al globale, anche, come da tempo ci insegnano molti, e dal globale al locale.

Ma questo potremmo farlo solo se non ci lasciamo schiacciare da questa logica depressiva che altro non è se non il sistema con cui il vecchio modo ci tiene ancora sotto controllo.

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ci sono giorni

in cui la morte di persone di cui conoscevo a malapena il nome mi intristisce. Forse perché in certi giorni sono ancora un bambino che cammina a occhi chiusi in una stanza-foresta. Non è detto che tutti i giorni dell’anno si debba essere adulti: sono ammesse anche deroghe, carnevali più o meno allegri, vacanze che a volte sono vuoti.

(Maurice Sendack, 1928-2012)

prendiamo uno specchio

…prendiamo un simbolo per voi più comprensibile: lo specchio. Prendiamo dunque uno specchio in mano e guardiamo. Esso ci riflette identici, invertendo le parti. Ciò che è a destra si traspone a sinistra e viceversa, sicché chi  ci guarda siamo noi, ma non gli stessi noi che un altro guarda. Restituendoci la nostra immagine invertita sull’asse avanti-dietro, lo specchio produce un effetto che può anche adombrare un sortilegio; ci guarda da fuori ma è come se ci frugasse dentro, la nostra vista non ci è indifferente, ci intriga e ci turba come quella di nessun altro: i filosofi taoisti la chiamarono lo sguardo ritornato. Mi consenta un salto logico che forse lei capirà. Siamo alla gnosi dell’Upanishad e ai dialoghi di Misargatta Majaraj con i suoi discepoli. Conoscere il Sè significa scoprire in noi ciò che è già nostro e scoprire altresì che non c’è reale differenza fra l’essere in me e la totalità universale. La gnosi buddista compie un passo ulteriore, un non-ritorno: nullifica anche il Sè. Dietro all’ultima maschera il Sé si mostra assente.

Antonio Tabucchi, da La frase che segue è falsa. La frase che segue  è vera, in I volatili del Beato Angelico, Palermo, Sellerio, 1987

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